La trappola del “lavoro perfetto” (e vie di uscita)

C’è una domanda che, prima o poi, finiamo per farci tuttǝ: “Qual è il lavoro perfetto per me?” Alcunǝ se la fanno da ragazzǝ, quando arriva il momento di scegliere cosa studiare. Altrǝ se la pongono quando sembra che tutte le carte siano già state giocate, magari a quarant’anni, nel bel mezzo di una carriera in cui non si riconoscono più (che poi è quello che è successo a me, 10 anni fa). E tu? Forse in questo momento stai vivendo una situazione simile:

  • hai già un lavoro, ma senti che qualcosa non va come dovrebbe
  • Ti rigiri nel letto di notte, con la sensazione fastidiosa di non vivere la vita che desideri
  • Mentre sei in ufficio la tua mente vaga, pensi alle persone che conosci con una punta di invidia: loro sembrano così appagate e invece tu ti ritrovi a rimuginare ancora e ancora sulle scelte passate…
  • Sui social hai scoperto che è possibile mollare tutto, diventare freelance e lavorare dove vuoi, quando vuoi e con chi vuoi, indipendente, liberǝ e senza pensieri (spoiler: non è così, fra poco ci arriviamo)

Intanto continua a frullarti nella testa l’idea di aver sbagliato tutto e ti chiedi quale sia il lavoro ideale per te: forse quell’attività creativa che ogni tanto sogni, ma che hai paura di trasformare in realtà?

Perché lavorare come creativǝ è difficile, lo sanno tuttǝ!

Sì, è vero. È difficile, ma non impossibile, ne ho parlato anche nel mio articolo Lavori creativi: si può guadagnare seguendo il proprio talento?)

Il problema non è la domanda in sé – qual è il lavoro ideale? -, ma la risposta implicita che ci portiamo dietro quando ce la facciamo: che da qualche parte, là fuori, esiste per forza il lavoro perfetto. Quello che ti fa sentire realizzatǝ, ti paga bene, ti dà senso, ti fa alzare la mattina con la voglia di iniziare una nuova giornata, se non con le farfalle nello stomaco, quanto meno col sorriso. Quel lavoro che tu, fino ad ora, non hai ancora trovato.

Questo articolo nasce per aiutarti a uscire dalla trappola silenziosa in cui molte persone rimangono incastrate per anni – la ricerca del lavoro perfetto – non per mancanza di talento o di voglia, ma perché stanno cercando qualcosa che non esiste nella forma in cui se la immaginano.

Il “lavoro perfetto” è una storia che ci raccontano

Il concetto di lavoro perfetto non nasce dentro di noi. Ce lo insegnano.

Ce lo inculcano in famiglia, quando, a un certo punto, magari sul più bello del pranzo di Natale, ci fanno a bruciapelo la domanda “e da grande cosa vuoi fare?” aspettandosi una risposta seria, concreta, ben orientata: preferibilmente un lavoro con un ordine professionale alle spalle.

Ce lo instillano i film in cui il protagonista, dopo aver vissuto esperienze fallimentari, ha un’illuminazione e capisce che la sua strada è confezionare candele profumate in Finlandia, aprire un chiosco ai Caraibi o girare il mondo in camper lavorando come freelance. Come se fosse sempre possibile seguire un sogno di libertà, anche il più estremo, nonostante tutto e tutti. Intendiamoci, sono strade percorribili, ma per pochissime persone. Per tutte le altre, no.

Il mantra del “se vuoi, puoi” ha creato molte illusioni e altrettanti buchi nell’acqua.

Avere un’attività in proprio è molto più complesso di così. Servono:

E poi ce lo mostrano i social, dove le persone condividono solo la parte bella della loro carriera – i traguardi, i viaggi di lavoro, i momenti di ispirazione – ma mai la noia, la stanchezza, i clienti difficili, le mattine in cui preferirebbero tornare a essere dipendenti, piuttosto che ingoiare un nuovo progetto faticoso, pur di fatturare. L’algoritmo, però, premia le storie acchiappa like, non certo la routine e i disagi di una vita normale, e ce le ripropone all’infinito, creando una bolla che ha poco a che vedere con la realtà.

Il risultato è che moltǝ di noi hanno in testa un’idea di lavoro ideale costruita più su aspettative esterne che su una vera conoscenza di sé. E questa idea ha una caratteristica precisa: è sempre un po’ irraggiungibile. Perché se la raggiungi – se trovi il lavoro “perfetto” per te – potresti scoprire che non è esattamente come te l’eri immaginato.

“Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita.” – Carl Gustav Jung

Il lavoro perfetto non esiste, ma esiste il lavoro per te.

Ne sono certa e ne ho le prove.

In questi anni come business coach ho accompagnato decine di persone nel passaggio da dipendente a freelance e nell’evoluzione da “ho la P.IVA” a “freelance per davvero”. Le ho viste sbocciare e crescere, nonostante le difficoltà e i compromessi – che ci sono sempre – e a volte anche nonostante le delusioni e le paure, che fanno parte del pacchetto.

E tra queste, diffusissima fra le persone che seguo nei miei percorsi di business coaching, c’è anche quella di deludere le aspettative altrui.

Lavori di serie A e di serie B: il peso del giudizio altrui

Nella nostra cultura esiste una distinzione, spesso taciuta o sussurrata appena. La leggi tra le righe, quando dici di essere unǝ business coach, unǝ copywriter, unǝ Social Media Manager, unǝ fotografǝ (aggiungi liberamente una delle nuove professioni nate negli ultimi decenni). La vedi nell’angolo della bocca che si solleva impercettibilmente, nel corrugarsi della fronte, nella voce che cambia, quasi incredula, quando dichiari di aver scelto un lavoro non standard. È la percezione che esista una gerarchia tra i lavori.

Ne ho parlato anche di recente in un post sul mio profilo LinkedIn, a proposito di argomenti che, se tirati fuori a cena, accendono la tavolata. Tipo quando qualcuno dice: “Eh, ma oggi tutti vogliono fare i freelance.” Oppure: “Ai miei tempi si cercava il posto fisso.” E lì, puntuale, compare lo zio Gino. Quello che: “I giovani d’oggi non hanno voglia di sacrificarsi.” O che sentenzia: “Con tutte queste passioni non si campa.”

Non è vero che oggi si lavora meno. Anzi. Si lavora in modo molto diverso. Spesso senza rete. E non è vero che chi lascia un posto sicuro è irresponsabile. Spesso è qualcuno che ha smesso di accettare un ruolo che non lo rappresenta più. E poi non è vero che costruirsi un’attività propria sia un capriccio generazionale. È una scelta che comporta rischio, disciplina, esposizione continua.

Il problema è che c’è una convinzione dura a morire: esistono lavori di serie A e lavori di serie B.

Medico, avvocato, ingegnere, notaio…: serie A.

Graficǝ, illustratrice, fotografǝ…: serie B.

O, almeno, così viene percepito da molte famiglie e nei contesti sociali.

I lavori creativi, manuali, di cura – quelli che spesso fanno la differenza nella vita delle persone – faticano ancora a essere considerati “abbastanza”. Se hai scelto, o stai pensando di scegliere, un percorso non convenzionale, probabilmente conosci bene quella sensazione di dover giustificare la tua professione. Di dover dimostrare che non è una fase. Di dover aspettare che il tuo lavoro “funzioni” davvero prima di poter chiamarlo tale ad alta voce.

Questa pressione è reale e ha un peso enorme.

Perché quando cerchi il lavoro per te, sotto lo sguardo critico degli altri, rischi di perdere direzione e di inseguire una versione di successo che non è la tua. Intanto, il tuo vero punto di partenza – chi sei, cosa ti viene naturale, cosa ti dà energia, i tuoi talenti, cioè tutto quello che io chiamo superpotere – resta inesplorato.

E il lavoro perfetto (agli occhi degli altri) diventa una gabbia dorata, quella in cui moltǝ finiscono per identificarsi, perdendo loro stessǝ.

Il lavoro ideale può diventare una gabbia

Tra tutte le trappole legate al lavoro perfetto, questa è forse la più pericolosa: credere che il nostro valore come persone dipenda da ciò che facciamo per vivere.

Il lavoro di serie A, così ambito ed elogiato dalla società, rischia di diventare l’unico abito che ci concediamo di indossare, l’unico parametro di successo che riusciamo a intravedere, per noi e per gli altri. Soffochiamo anche solo l’idea di poter vivere una vita diversa e giudichiamo duramente chi sceglie la via meno convenzionale.

Oppure, se il lavoro tanto prestigioso non ci calza così a pennello come avremmo voluto, iniziamo a mettere in discussione noi stessǝ. È il cortocircuito per cui:

  • una professione che non decolla diventa “non sono abbastanza”
  • un periodo di transizione professionale apre una crisi d’identità: “forse non ho le carte per farcela”
  • il solo pensiero di valutare un cambiamento di rotta si traduce in un “ho sbagliato tutto”

Ho visto questa dinamica molte volte, sia nei miei percorsi di mentoring che in conversazioni più informali: persone brillanti, competenti, con una storia professionale solida, che continuano a misurare il loro valore con il metro sbagliato.

Tu vali indipendentemente dal lavoro che fai

C’è una convinzione che circola sottotraccia, così radicata che quasi non la notiamo più: l’idea che il nostro valore come persone dipenda da ciò che facciamo per vivere.

Ti risuona?

Pensa a quando incontri qualcuno per la prima volta. Ti capita mai di chiedere: “E tu, cosa fai?”

Non chi sei. Non cosa ti appassiona. Cosa fai. Come se la risposta a quella domanda dicesse tutto quello che c’è da sapere su quella persona.

E così, nel tempo, impariamo a costruire la nostra identità intorno al lavoro. Il titolo sul biglietto da visita diventa una misura del nostro posto nel mondo. Il fatturato, un indicatore del nostro valore. Il prestigio della professione un certificato di quanto valiamo.

Il problema è che questa equazione non regge.

Il tuo valore come persona ha poco a che vedere con quanto guadagni, con il nome della tua azienda o con quante persone riconoscono quello che fai. Sei una persona intera – con relazioni, curiosità, sensibilità, storia – al di là del tuo essere unǝ professionista.

Il lavoro è una parte di te.

Non è tutto te.

Quando lo dimentichiamo, ogni crisi professionale diventa una crisi esistenziale. Ogni periodo no, una prova della nostra inadeguatezza. Ogni confronto con chi “ha fatto di più”, una sentenza contro di noi. E questo, spesso, ha a che vedere anche con la sindrome dell’impostore

Ma non è necessariamente così 🙂 e riconoscerlo – per davvero, non solo a parole – è il primo passo per costruire un rapporto più sano con il lavoro che scegli di fare.

Di rapporto tra valore, lavoro e percezione del successo, ho parlato di recente anche in una delle mie ultime newsletter. Ti lascio qui un estratto:

“Ci sono contributi che non vengono annunciati, non finiscono sulle copertine dei giornali né ricevono applausi, eppure cambiano le cose. Penso alle persone che, in qualche modo invisibile, hanno plasmato il mio lavoro o la mia vita senza mai occuparne il centro. Alle parole di chi mi ha sostenuto prima ancora che io capissi di averne bisogno.

Senza certe presenze, senza alcuni gesti quotidiani, molte cose non sarebbero esistite. Sono nate perché qualcuno ha scelto di contribuire invece che dimostrare, di costruire invece che apparire.

Ci hanno insegnato a pensare che per lasciare un segno nel mondo serva qualcosa di evidente e, per anni, l’ho pensato anch’io: vedere risultati, ricevere un riconoscimento. Insomma, avere una forma chiara di successo.

Invece, esiste un altro modo di lasciare traccia, più discreto e più profondo: fare semplicemente bene ciò che senti giusto fare.

La newsletter è lo spazio in cui condivido le mie riflessioni più profonde. Ne invio una al mese ed è il mezzo che preferisco, perché è più intimo e raccolto. Rispondo sempre a chi mi scrive e sono felice quando le mie parole risuonano in chi riceve i miei pensieri. Se ti va di farmi sapere cosa ne pensi, puoi iscriverti alla mia newsletter da questa pagina. Spero di leggerti presto 😊

Ikigai: non la formula magica, ma una bussola utile

Se hai già letto qualcosa sulla ricerca del lavoro ideale, probabilmente ti sarai imbattutǝ anche nel concetto giapponese di ikigai, che si traduce più o meno come “ragione di esistere” o “ciò che vale la pena fare”. Il modello che viene proposto in Occidente lo rappresenta come uno schema con quattro cerchi che si intersecano:

  • Quello che ami fare
  • Quello in cui sei bravǝ
  • Quello di cui il mondo ha bisogno
  • Quello per cui puoi essere pagatǝ

Il punto in cui i quattro cerchi si intersecano sarebbe, appunto, il tuo ikigai.

È un modello affascinante e utile, a patto di usarlo come bussola e non come verità assoluta. Perché il rischio è di trasformarlo in un’altra versione del lavoro perfetto: “devo trovare il punto esatto in cui i quattro cerchi si sovrappongono, e quello sarà il mio lavoro ideale.”

E se non lo trovi?

L’ikigai, nella tradizione giapponese, non è un obiettivo da raggiungere una volta per tutte. È una pratica quotidiana. Un orientamento. Un modo di stare nel lavoro – e nella vita – con consapevolezza e intenzione.

A questo proposito, ho creato un esercizio che si ispira all’ikigai e che può esserti di aiuto per capire quale direzione prendere per valutare un cambiamento di lavoro (o nel lavoro).

È un primo approccio per uscire dalla trappola della ricerca di una professione ideale e irraggiungibile.

Come uscire dalla trappola del lavoro perfetto e trovare quello che va bene per te

Se ti stai chiedendo quale sia il lavoro più adatto alla persona che sei oggi, inizia da te, non dal mercato (almeno non subito).

Parti da chi sei e da cosa vuoi per te

Le domande giuste non sono “qual è il lavoro più pagato?” o “qual è il lavoro più richiesto nei prossimi anni?”. Sono utili, certo, ma vengono dopo. Prima devi capire chi sei tu: quali sono i tuoi talenti, i tuoi valori, il tipo di vita che desideri per te, compatibilmente con la tua situazione personale e familiare.

Senza questa chiarezza, qualsiasi risposta esterna rischia di portarti fuori strada.

Ecco un esercizio semplice per iniziare a ragionarci su.

Prova a ricordare tre momenti nella tua vita lavorativa (o anche scolastica e personale) in cui ti sei sentitǝ davvero nel tuo elemento:

  • Cosa stavi facendo?
  • Con chi eri?
  • In che contesto ti trovavi?
  • Cosa ricordi con orgoglio?

Rispondere a queste domande è il primo passo per guardarti dentro e iniziare a fare chiarezza su chi sei e cosa vuoi davvero.

Qual è il tuo concetto di successo?

Ognunǝ di noi ha il suo concetto di successo. Per alcuni è lo status, per altri è quello che permette di creare qualcosa di nuovo, per altri ancora il successo non è nel lavoro in sé, ma nella qualità della vita che quella professione permette di raggiungere. E nel tuo caso?

Il lavoro adatto si costruisce, non si trova

Il lavoro giusto per te non è là fuori ad aspettarti, sta a te costruire una professione – freelance o dipendente – più allineata con chi sei. È una ricerca che passa dagli aggiustamenti di rotta, dalle esperienze che ti insegnano cosa vuoi e cosa non vuoi, e dall’ascolto di te e del tuo corpo. A volte, non servono grandi stravolgimenti: basta cambiare azienda per stare meglio o imparare a comunicare efficacemente e con assertività per uscire da una relazione lavorativa scomoda e poco gratificante.

“Aspetto di essere prontǝ!” Spoiler: non lo sarai mai

Se aspetti di essere “prontǝ”, rischi di non partire mai. Non sto dicendo di buttarti alla cieca, ma di pianificare il cambiamento e poi di agire: vuoi trovare un nuovo lavoro o diventare freelance? A seconda della strada scelta, chiediti: cosa puoi fare, concretamente, oggi, per raggiungere l’obiettivo che ti sei postǝ? E mettilo in atto. Può essere un corso di formazione, un cambiamento nell’orario di lavoro, una consulenza per fare chiarezza, una conversazione con qualcuno che fa un lavoro che ti incuriosisce. Non devi avere la mappa completa per muoverti. L’importante è iniziare.

“Un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo” è una frase attribuita a Lao Tzu

Se, invece, ti stai dicendo “inizierò quando saprò davvero cosa voglio” o “mi muoverò quando avrò tutte le risposte”, fai attenzione, perché le risposte arrivano facendo le cose, non aspettando che capitino…

Il lavoro per te esiste, devi solo cercarlo nel posto giusto

Il lavoro che fa per te esiste, ma non è la perfezione, l’assenza di difficoltà o il posto in cui tutto va sempre bene e ogni mattina è una gioia. Trovarlo richiede chiarezza su chi sei, prima ancora che sul mercato. Poi, certo, il mercato conta moltissimo, ma solo se trovi una professione allineata a te.

Non tuttǝ possono fare l’ingegnere, il medico o l’informatico, giusto? 🙂

E in questa ricerca, avere al proprio fianco qualcuno che ci faccia da specchio è il punto di partenza per cambiare davvero, perché guardarsi con obiettività, da solǝ, è difficile per tuttǝ.

Posso essere io quella persona. Ti aiuto a capire quale direzione prendere, quali sono i tuoi veri punti di forza e come metterli a frutto nel lavoro.

Se vuoi approfondire o desideri sapere come possiamo lavorare insieme scrivimiinfo@fulviasilvestri.it

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