Qual è il momento esatto in cui la decisione di cambiare lavoro inizia a prendere forma? Be’, l’esperienza come manager in azienda prima e come business coach poi, mi ha insegnato che non è necessariamente il momento della crisi o l’attimo che segue la litigata con il capo. Più spesso è una consapevolezza che si presenta in modo sottile, come un rumore di fondo, che aumenta di intensità fino a che, un lunedì mattina qualunque, ti assorda.

Ecco come lo ha descritto una professionista che sto accompagnando con Scenario, il percorso di mentoring per essere felici nel business e nel lavoro:

“Passi il badge, accendi il computer, ti siedi e pensi: perché sono qui? Partecipi a una riunione inutile, ascolti l’ennesima polemica sull’ennesimo problema che non si può risolvere, perché nessuno vuole impegnarsi davvero a farlo. Guardi fuori dalla finestra: vedi le persone che camminano per strada. Le invidi.

Loro sono libere, tu no. Sei costretta a stare con le stesse persone, ogni giorno, dal lunedì al venerdì e lo detesti. Ti impegni, ma nessuno lo vede. Viene premiato solo chi si ingrazia il capo. C’è chi non lavora, chi ti fa completare le cose al posto suo… e non puoi dire di no. Dentro di te senti uno scollamento: il tuo corpo è lì, ma tu vorresti essere altrove.

Conosco bene anch’io questa sensazione: ti sembra che l’energia che stai usando non serva a fare meglio il tuo lavoro, ma solo a sopravvivere dentro un sistema che non cambia.

E in quel momento ti fai una domanda diversa: non più “Come faccio a resistere qui dentro?” ma “Come posso creare uno spazio per lavorare in modo più coerente con quello che sono?”

Se sei qui, probabilmente quella domanda te la stai già facendo e forse la risposta che hai in testa suona così:

  • diventare freelance
  • mettermi in proprio
  • essere finalmente indipendente e liberə
  • aprire la Partita IVA e cambiare vita

Certo, è possibile. Per molte persone il lavoro freelance è una strada migliore di altre, ma nella maggior parte dei casi non basta per stare (finalmente) bene.

In questo articolo vediamo perché e come mai lasciare il lavoro da dipendente per diventare auotonomə è una scelta molto più complessa di quello che sembra.

Non per scoraggiarti, ma per aiutarti a misurare il salto e a evitare di cadere nel vuoto.

Le principali motivazioni per cambiare lavoro

Le motivazioni che spingono qualcuno a cambiare lavoro sono sempre molto personali. Qui riporto quelle che hanno mosso alcune delle persone che ho affiancato nei miei percorsi di business coaching. Professionistə che hanno deciso di lasciare un impiego da dipendente per intraprendere una carriera da freelance.

In quali di queste ti ritrovi?

Mancanza di riconoscimento

Forse lavori in un ambiente in cui le dinamiche di potere non hanno molto a che fare con la competenza. Il collega difficile viene tollerato. Le responsabilità vengono scaricate verso il basso. Le decisioni arrivano confuse, senza una logica chiara. E tu, che vedi bene lo scarto tra come le cose potrebbero funzionare e come funzionano davvero, finisci per pagare il prezzo più alto. All’inizio provi a migliorare le cose. Poi a spiegarti. Poi a resistere. Fino a quando ti accorgi che non ce la fai più.

Pensi di aver sbagliato lavoro

Ecco un’altra storia che sento spesso. Qui non c’è un capo tossico o un contesto opprimente. C’è semplicemente la sensazione di non riconoscersi più in quello che si fa, perché il lavoro scelto non è allineato a chi si è. Ti risuona? Forse hai deciso di intraprendere una carriera importante, socialmente considerata di successo – avvocato, ingegnere, medico… – o magari quel lavoro non l’hai scelto davvero tu. Era quello che ci si aspettava da te, sembrava la strada giusta, la più sicura. Nella nostra cultura esiste una gerarchia non scritta tra le professioni: ci sono i “lavori perfetti”, quelli di serie A e i lavori considerati socialmente un po’ più sfigati, passami il termine, che sono considerati di serie B (purtroppo, nella visione comune, nel secondo gruppo vengono annoverati – a torto! – anche i lavori creativi). E così, in molti casi, si finisce per studiare ciò che non ci appartiene, ci si forma e specializza. Si costruisce una carriera brillante, per poi non riconoscersi più.

Sei cambiatə e dove sei ti sta stretto

Quello che prima ti andava bene, oggi ti sta stretto, come un vecchio maglione che hai comprato con entusiasmo: all’inizio era comodo, ti faceva stare bene, poi col tempo ha iniziato a tirare un po’ di qua e un po’ di là. Ora non si adatta bene alle tue nuove forme. Non ti valorizza. Lo guardi e non ti ci vedi più dentro.

Il lavoro che fai oggi era giusto per chi eri a venticinque anni, per i bisogni che avevi allora, per le priorità che ti sembravano ovvie. Ma le persone cambiano e con loro cambiano i valori, i desideri, quello che si è disposti a dare e quello che si vuole ricevere in cambio. Ti accorgi che le cose che una volta ti motivavano ora ti lasciano indifferentə.

“Fai bene il tuo lavoro, ma in modo automatico.

È diventato insapore. Un lavoro… meh!

È il segnale che sei cresciutə e che quello spazio non ti contiene più.”

Desideri qualcosa di diverso, ma non sai ancora cosa

A volte non c’è una ragione precisa. C’è solo una stanchezza, una voglia di aria diversa e la sensazione che da qualche parte esista un modo di lavorare più coerente con chi sei. Sui social hai visto persone che hanno scelto la strada del nomade digitale: lavorano da dove vogliono, gestiscono il loro tempo, sembrano appagate.

E ti sei dettə: perché no? Come faccio a diventare freelance?

È un desiderio legittimo. Ma prima di trasformarlo in un piano, vale la pena metterlo a fuoco meglio.

Da dipendente a freelance: fa per te?

Parto da un’esperienza personale. Io il salto da dipendente a freelance l’ho fatto. A 45 anni ho cambiato lavoro (radicalmente). Dopo 20 da export manager ho capito che era arrivato il momento di percorrere un’altra strada. Ma non è stata una decisione di impulso. Mi sono preparata a questo cambiamento e prima di tutto mi sono guardata dentro, per capire quali fossero le vere motivazioni alla base di quella decisione.

“Anch’io ho avuto paura. Lasciare un lavoro dopo 20 anni e percorrere una strada incerta sembrava folle. Ma restare non era possibile, perché ero cambiata io. Poi ho capito una cosa: diventare freelance era un salto enorme, ma era l’unico modo per mettere in gioco tutta me stessa, l’unica strada per unire missione e visione, in un progetto che fosse davvero mio e potesse evolvere con me.”

Da cosa stai “scappando”?

Prima di parlare di Partita IVA, strategie e clienti, vale la pena soffermarsi un momento su una domanda più scomoda: “Da cosa stai scappando, esattamente?”

Non te lo chiedo per giudicarti.

Te lo chiedo perché le ragioni per cui vogliamo cambiare lavoro spesso dicono molto su cosa stiamo cercando davvero e capirlo prima fa una differenza enorme su come costruiamo il passo successivo.

Infatti, non è per l’insoddisfazione che si cambiano vita e lavoro. Sono motivazioni troppo deboli per imbarcarsi in un’avventura complessa come avere la Partita IVA. La verità è che la frustrazione non basta. Anzi, è un mezzo inefficace, se non addirittura dannoso per iniziare un business.

Motivi fuorvianti per aprire la Partita IVA

Ecco una lista di motivi per non aprire la partita IVA:

  • vuoi scappare da un ambiente di lavoro difficile (senza aver capito cosa cerchi davvero)
  • pensi che da freelance lavorerai meno
  • credi che basti fare bene il tuo lavoro perché i clienti arrivino da soli
  • ti aspetti flessibilità immediata e stress zero

Questi non sono motivi sbagliati in assoluto, ma da soli non reggono. E se sono l’unica ragione, il rischio è che potresti ritrovarti nella stessa situazione di prima, ma senza la rete di protezione del lavoro da dipendente.

Buoni motivi per cambiare lavoro e aprire la Partita IVA

Qui invece trovi una lista di motivi per valutare il lavoro freelance:

  • vuoi costruire qualcosa di tuo, con una visione abbastanza precisa
  • hai già un’idea di business
  • oppure stai già lavorando per creare un business
  • vuoi decidere con chi lavorare, su quali progetti, con quali modalità

“Per rompere gli argini e cambiare davvero, ti serve il cuore che pulsa per un progetto, una visione, la speranza.”

Qualunque sia il futuro che desideri, per raggiungere i tuoi obiettivi hai bisogno di apertura di mente e libertà di cuore: che poi significa conoscere la tua destinazione e avere il coraggio di arrivarci.

Il lavoro freelance non è quello che si racconta

Il lavoro freelance viene spesso raccontato come la soluzione a tutti i mali del lavoro dipendente. Si evidenzia la promessa di libertà, flessibilità, indipendenza e realizzazione personale – e i social amplificano questa narrativa – ma si parla poco di tutto il resto. Il risultato è che molte persone si avvicinano al lavoro in proprio con un’idea costruita più sulle aspettative che sulla realtà.

Ma quando la realtà arriva, per tante di loro, è uno shock.

Perché moltə pensano di poter diventare freelance senza rinunciare alla sicurezza del dipendente. E questo, sinceramente, non è possibile.

Diventare freelance non è fattibile se…

  • Ti aspetti che le soluzioni arrivino dall’esterno
  • Vuoi tutto, maledetto e subito
  • Non sei dispostə ad accettare rischi
  • Credi di poter vivere alla giornata, senza regole
  • Pensi di poter fare a meno di relazionarti e cooperare con altri

Diventare freelance è realistico e fattibile se…

  • Hai intenzione di dedicare focus e risorse, stabilendo direzione, obiettivi e un piano chiari
  • Ti impegnerai ogni giorno al meglio delle tue possibilità, continuando a lavorare con dedizione e strategia al tuo business e al tuo brand umano
  • Non perderai fiducia nelle tue capacità, agendo e sperimentando cose nuove

Cosa significa (davvero) diventare freelance

Per molte persone il lavoro freelance è la strada più coerente e più soddisfacente, ma c’è differenza tra sceglierlo con consapevolezza e saltarci dentro per fuga. Qui di seguito, trovi un elenco delle consapevolezze che ho maturato personalmente – e che raggiungono tutte le persone che decidono di mettersi in proprio – per aiutarti a capire cosa significa davvero essere freelance.

Lavorare come freelance non vuol dire essere indipendentə

Libertà e indipendenza non sono la stessa cosa, anche se spesso le usiamo come sinonimi. La libertà di gestire il tuo tempo, di scegliere i progetti, di lavorare da dove vuoi: quella, con il lavoro freelance, puoi costruirtela davvero. Non subito, non senza fatica, ma è raggiungibile. L’indipendenza totale, invece, non esiste. Come dipendente, dipendi dal tuo capo e dall’azienda. Come freelance, dipendi dai tuoi clienti, dalle persone che ti sono vicine e dai tuoi partner. Cambia la forma della dipendenza, non il fatto in sé. In ogni caso, a qualcuno dovrai sempre rendere conto.

Per evitare di schiantarsi, serve un piano

Dal momento in cui apri la Partita IVA, sei di fatto una microimpresa. Sta a te procurarti il lavoro, occuparti della comunicazione e della promozione, gestire i clienti, stabilire i prezzi, sollecitare i pagamenti, versare le tasse. Meriti ed errori saranno tuoi. Chi parte pensando che andrà tutto bene perché “tanto sono bravə” di solito si ritrova in difficoltà nel giro di poco.

Attenzione, non dico che sia possibile prevedere ogni dettaglio, ma stabilire la direzione sì. Serve un piano d’azione.

All’inizio è dura: devi abituarti alla mancanza di certezze

I primi anni di lavoro autonomo sono spesso i più belli e i più difficili allo stesso tempo. C’è l’entusiasmo del nuovo, la soddisfazione di lavorare su progetti tuoi, la sensazione di aver finalmente trovato la strada giusta. E poi ci sono le note dolenti: tasse, clienti che non pagano in tempo, mesi in cui il lavoro scarseggia. La voce in testa che dice: chi te l’ha fatto fare? In questa fase, moltə freelance lavorano tanto, accettano qualunque progetto pur di fatturare, confondono l’essere occupati con l’essere produttivi. Se, come dipendente, ci si abitua a riempire le ore facendo (lo stipendio arriva comunque ed è certo, sia che lavori 8 sia che lavori 15 ore al giorno), da freelance impiegare male le ore ha un costo nascosto: l’inefficienza.

Ergo: se i prezzi che applichi non coprono lo sforzo, sei in perdita.

È fisiologico, fino a un certo punto, ma poi bisogna aumentare i prezzi e gestire il rialzo senza danni per il tuo business.

La freelancitudine è un viaggio in solitaria

La solitudine è una delle zone d’ombra meno note del lavoro autonomo, eppure è tra le più pesanti. In azienda, anche nelle realtà più disfunzionali, esiste una struttura che ti contiene: un ruolo definito, una gerarchia, qualcuno che valida le tue decisioni o che ti indica la direzione. Puoi non amarla, ma ti orienta.

Da freelance, tutto questo sparisce.

Nessuno ti dice se stai andando nella direzione giusta. Nessun confine chiaro. Nessun ruolo preciso in cui riconoscerti. E così inizi a dubitare: sto facendo le cose giuste? Ha senso quello che sto costruendo? Molte persone pensano che la soluzione sia più disciplina o più strategia. Spesso, invece, serve semplicemente più chiarezza su chi sei nel tuo lavoro, su cosa vuoi costruire e perché. Quando non hai ancora definito bene questo, anche i sistemi migliori diventano faticosi da sostenere.

Sei tu che devi decidere quando staccare

Quando si diventa freelance il rischio più grande è finire per lavorare sempre, perché il pensiero di dover fatturare, non perdere clienti e gestire tutto diventa ingombrante. Staccare è difficile. Sei tu che devi decidere quando e come farlo, mettendo a bada le preoccupazioni. È un esercizio da mettere in conto.

Se sei arrivatə fino a qui, forse senti di poter affrontare il passaggio da dipendente a freelance. Ci hai pensato e restare dove sei ti fa più paura del buttare il cuore oltre l’ostacolo?

Allora, ecco da dove iniziare per avviare il tuo business in proprio.

Cosa serve per diventare freelance

Per diventare freelance, è necessario attraversare e superare diverse fasi. Alcune di queste sono fisiologiche: devi viverle per progredire. Un po’ come quando si cambia mansione. Hai il tuo bagaglio di competenze – che è fondamentale – ma devi mettere le mani in pasta per entrare nel ruolo. Altre sono cicliche: stabilire la direzione, procedere, fermarti, fare il punto e poi riorientare la bussola. Un check up periodico è necessario.

1. Fare chiarezza: chi sei, cosa fai, per chi, cosa desideri per te

Prima ancora di pensare al sito, ai social o al listino prezzi, le domande fondamentali a cui rispondere sono:

  • Chi sei?
  • Cosa vuoi fare, davvero?
  • In cosa sei bravə, cioè, qual è il tuo superpotere?
  • Per chi vuoi fare ciò che fai: chi sono i tuoi clienti?
  • Che tipo di vita vuoi costruire intorno al tuo lavoro?
  • Quali sono le tue priorità?
  • Cosa significa successo per te?
  • Come ti vedi tra 1 anno?

Non sono domande retoriche. Sono il punto di partenza indispensabile per non girare a vuoto ed entrare nel loop di quelli che chiamo i pipponi mentali. Senza questa chiarezza, qualsiasi strumento – dal personal branding alla strategia di marketing – è depotenziato, perché manca di direzione.

2. Modello di business: la mappa da cui partire

Il modello di business è una mappa che ti aiuta a capire come crei valore, per chi, in che modo lo distribuisci e come lo monetizzi. Avere un modello di business per unə freelance significa sapere:

  • quali servizi offri
  • a chi li offri
  • come li prezzi
  • come ti fai trovare
  • come fidelizzi i clienti che hai già

Il business model non è scolpito sulla pietra. Col tempo può cambiare ma, quanto meno, ti aiuta a mettere le cose nero su bianco e a sapere da dove parti.

3. Ampliare le tue competenze e superare le tue paure, perché non basta saper fare bene il tuo lavoro

Una delle convinzioni più diffuse tra chi si mette in proprio è questa: “se lavoro bene, i clienti arriveranno da soli”. Lavorare bene è la base, non è il sistema. Puoi essere molto efficace nel tuo lavoro, ma se non è chiaro cosa fai, per chi lo fai e perché dovrebbero sceglierti, quel valore resta invisibile.

Allora succede che lavori bene, ma lavori poco. Oppure lavori tanto, ma non con i progetti che vorresti. Il lavoro non è solo esecuzione. È anche comunicazione, relazione, posizionamento: il modo in cui vieni percepitə e il modo in cui rendi leggibile ciò che sai fare. Quindi sì, diventare freelance significa anche superare la paura di esporsi online che, spesso, svela un’altra paura di fondo: non essere abbastanza e non meritarsi i traguardi ottenuti. È la sindrome dell’impostore e guarda un po’, è molto comune tra le persone veramente competenti e in gamba 😉

4. Individuare i clienti giusti per te (spoiler: prima dovrai farti un po’ le ossa)

All’inizio, la tentazione è di accettare tutto. Qualunque progetto, qualunque budget e qualunque cliente. È comprensibile: devi fatturare, devi dimostrare – a te stessə e agli altri – che la decisione di lasciare il lavoro dipendente e metterti in proprio aveva senso. Col tempo, però, inizi ad accorgerti di qualcosa di scomodo: i clienti che ti arrivano non sono allineati a te.

Serve tempo per capire con chi ti piace lavorare e una volta chiarito questo, la tua comunicazione deve essere ragionata, prodotta e raffinata pensando ai clienti che desideri. Perché, se non definisci a chi ti rivolgi, parli a chiunque. E “chiunque” spesso include persone con budget bassi, aspettative alte e scarso rispetto per il tuo tempo.

5. Personal branding: cos’è e perché dovresti lavorarci su

Parto subito sfatando un pregiudizio diffuso: lavorare sul personal branding non vuol dire vendersi o farsi pubblicità. È rendere visibile, comprensibile e rilevante ciò che sei e sai fare, per arrivare alle persone giuste, anzi, alle persone giuste per te. Io lo chiamo avere un brand umano.

Perché non conta quanto sei competente, ma quanto quella competenza diventa leggibile per qualcun altro. Molte persone investono anni a migliorare le competenze tecniche e quasi zero a capire come raccontarle, come inserirle in una direzione chiara e arrivare alle persone giuste. Il risultato è che si sentono invisibili, pur lavorando benissimo.

Costruire un personal branding autentico richiede tempo, costanza e – prima di tutto – chiarezza su chi sei. Non puoi comunicare bene qualcosa che non hai ancora messo a fuoco.

6. Imparare a dire di no ai progetti e ai clienti che ti allontanano da ciò che vuoi

Dire di no a un cliente significa rischiare di perdere un’entrata. Mettere un confine sugli orari significa rischiare di sembrare poco disponibile. Rifiutare un progetto che non ti convince significa rinunciare a qualcosa di concreto in favore di qualcosa di incerto. Eppure, quando non riesci a dire di no, accumuli un costo silenzioso: la demotivazione.

Lavorare su progetti che non ti appartengono, rispondere ai messaggi la domenica sera, accettare revisioni infinite a tariffa invariata è logorante. Arriva il momento in cui le energie si esauriscono e quello che doveva essere libertà diventa una gabbia senza orari.

Il burnout tra i freelance non arriva quasi mai all’improvviso. Arriva dopo molti piccoli sì detti quando avresti voluto dire no.

7. Fare rete: il networking è salvifico in molti casi

Il networking è una delle poche reti di protezione su cui si può contare quando si è freelance. In azienda, la struttura contiene: ci sono colleghi, gerarchie e processi. Non sempre funziona bene, ma esiste. Da solə, invece, sei più espostə alla solitudine. Costruire relazioni professionali facendo networking efficace è uno degli investimenti più sottovalutati.

Spesso i migliori clienti non arrivano da una campagna o da un post virale, ma da qualcuno che ti conosce, si fida di te e fa il tuo nome nel momento giusto. Non serve essere ovunque. Serve essere presenti, in modo coerente, negli spazi – fisici o digitali – in cui si trovano le persone con cui vuoi entrare in contatto. E serve coltivare quelle relazioni nel tempo, senza aspettarsi un ritorno immediato.

Stai pensando di cambiare lavoro e diventare freelance?

Forse sei ancora dipendente e stai valutando il grande salto o forse hai solo la sensazione vaga che sia arrivato il momento di cambiare qualcosa, senza sapere ancora cosa. In tutti i casi, il punto di partenza è lo stesso: non il mercato, non gli strumenti, non la strategia. Sei tu.

Chi sei, cosa vuoi costruire, per chi e con quale ritmo di vita. Queste non sono domande da rimandare a quando avrai più tempo o più certezze. Sono le domande da cui dipende tutto il resto.

Guardarsi con obiettività da solə, però, è difficile per tuttə. A volte serve qualcuno che ti faccia da specchio, non per dirti cosa fare, ma per aiutarti a vedere più chiaramente quello che c’è già.

Posso essere io quella persona.

Se vuoi capire come possiamo lavorare insieme, scrivimi a info@fulviasilvestri.it

Scrivo questo articolo al termine di una sessione di coaching con una professionista estremamente competente e capace, con una caratteristica comune a molte persone che si rivolgono a me: è una persona introversa. Oggi abbiamo affrontato insieme il grande scoglio per cui mi ha contattata, cioè, la comunicazione sui social. Durante la prima sessione, quando le ho chiesto quali fossero i suoi obiettivi – è la domanda con cui inizio sempre i miei percorsi – mi ha risposto così:

“Sono qui perché so che devo aprire un canale social per farmi conoscere, ma sono bloccata. Al solo pensiero di pubblicare un post su Instagram, sento il cuore battere più forte. Non parliamo di LinkedIn, lì è pieno di uomini che vogliono insegnarmi come stare al mondo. Sui social vince chi urla di più e io sono una persona introversa e schiva. Non voglio buttarmi in piazza e sgomitare per vendere i miei servizi…. E poi non ho niente da dire!”

Be’, è una dichiarazione forse un po’ caustica ma, ragazzi, quanto è autentica!

E tu? Ti ci ritrovi?

Se la risposta è sì, sei in ottima compagnia!

Noi persone introverse – mi ci metto anch’io, anche se spesso mi dicono che non sembrerebbe 😊 – fatichiamo non poco a dire la nostra, proprio perché il mondo intorno a noi tende a premiare chi grida di più.

“La diffidenza con la quale l’estroverso guarda al mondo interiore, è pari a quella con la quale l’introverso guarda al mondo esteriore.” Carl Gustav Jung

In questo articolo, voglio parlarti della comunicazione per freelance introversə, dal mio punto di vista di business coach, che accompagna freelance e persone in transizione lavorativa a costruire un business allineato a loro.

E quindi un business – e una comunicazione – che facciano leva sui punti di forza (i superpoteri) delle persone introverse.

Il “superpotere” delle persone introverse è la chiave per emergere in un mondo costruito per gli estroversi

Nel suo TED Talk Il potere degli introversi, Susan Cain racconta di quando, da ragazza, arrivò al suo primo Summer Camp con una valigia piena zeppa di libri: li immaginava come i suoi compagni di viaggio per quella vacanza. Lo spirito del camp, però, era tutt’altro. Chiassoso, animato, addirittura un po’ pompato. Insomma, non proprio il luogo ideale per un’introversa come lei.

Cain racconta che i libri rimasero chiusi sotto il letto e che, nonostante i suoi tentativi di omologarsi, si sentì per tutto il tempo un pesce fuori d’acqua. E anche un po’ in colpa.

Capita anche a te?

A me è successo spesso di sentirmi fuori posto, soprattutto in passato.

Da persona introversa, ho letto con molto interesse la storia di Susan Cain (che nel tempo è diventata una nota scrittrice e, potremmo dire, la madrina delle persone introverse).

Quando Cain ha capito di non essere sbagliata, l’introversione è diventata il suo Superpotere. Ne ha fatto una ricerca, un progetto e una serie di bestseller tradotti in tutto il mondo. In Italia è edita da Bompiani e il suo classico “Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare” (2013) è davvero ispirante. Ti consiglio di leggerlo e di guardare anche il suo TEDTalk.

Ciò nonostante – ci tiene a precisarlo – buona parte del mondo è progettata per gli estroversi. Quindi il suo non è stato un percorso immediato.

“Il mondo è pieno di introversi: li vediamo, anche se non li sentiamo. A volte ci disturbano, con la loro reticenza. Altre volte ci affaticano, perché cedono sempre il passo a noi. Altre volte ancora li apprezziamo, perché sembrano innocui.” – Susan Cain

Diciamocelo, essere introversə in un mondo pensato per chi grida di più richiede un certo adattamento e anche il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort e comunicare.

Vale per tuttə e a maggior ragione per chi è freelance e ha capito che non basta fare bene il proprio lavoro per vivere, soprattutto quando si ha un business.

L’introversione non è un problema, anzi

Forse stai pensando che l’introversione – soprattutto in questo momento storico… – sia un problema. Invece, secondo la mia esperienza, può diventare il tuo vero asso nella manica. Perché, come si dice nel Personal Branding:

Ciò che ti dimentichi di te, che dai per scontato, che tu non diresti mai, che consideri quasi una mezza sfiga, quella è la tua proposta differenziante.

Quindi non ti dirò come smettere di essere introversə, ma come iniziare a usare quello che sei per comunicare meglio, lavorare meglio e realizzarti.

Partiamo da qui, anzi, partiamo da una definizione semplice per poi capire come fare della tua introversione un fattore differenziante per il tuo business da freelance.

Introversione ed estroversione: cosa sono e differenze

Introversione ed estroversione sono due attributi neutri.

Non c’è un meglio o un peggio: è come avere gli occhi azzurri o castani. La differenza non riguarda tanto l’essere timidi o disinvolti, come spesso si tende a pensare, ma nel modo in cui rispondiamo agli stimoli.

Se sei estroversə, avrai continuo bisogno di sollecitazioni e impulsi dall’esterno.

“L’estroverso è capace di godere in modo piacevole e vivo; talora è un allegro compagnone, talora un esteta pieno di gusto. Nel primo caso i problemi della vita dipendono da un pranzo più o meno buono, nel secondo sono una questione di buon gusto.” Carl Gustav Jung

Se sei introversə, ti ricaricherai più facilmente in solitudine, con attività che da fuori potrebbero sembrare asociali: leggere, scrivere, riflettere, stare nel silenzio.

“Per gli introversi star fuori li induce a consumare energie, quindi hanno bisogno di ricaricarsi in un ambiente calmo.” Sophia Dembling

Carl Jung, che per primo ha sistematizzato questi concetti, ne parlava non come patologia, ma come modo di relazionarsi col mondo esterno. Introversione ed estroversione sono quindi caratteristiche e non esistono in forma pura: una persona può oscillare dall’una all’altra, anche a seconda del contesto.

Hanno però un impatto sul nostro modo di comunicare, soprattutto online.

Le sfide comunicative delle persone introverse: paura di esporsi, dell’autopromozione e della superficialità

Partiamo da quello che a noi persone introverse non piace o che non ci riesce proprio benissimo:

  • Le situazioni sociali… o ad alta “socialità”
    Riunioni caotiche, networking in piedi con calice in mano ingessatə in un completo da lavoro, conversazioni di gruppo dove tutti parlano sopra tutti: sono contesti che per un introversə hanno un alto costo energetico. Non impossibili da affrontare, ma faticosi. Infatti, di solito, chi propende per l’introversione ha bisogno di un bel po’ di silenzio per recuperare (è il mio caso, per esempio) e preferisce contesti più intimi: una cena tra amici, una passeggiata in compagnia, visitare una mostra con pochi conoscenti.
  • Il rifiuto dell’autopromozione
    È forse la sfida più rilevante nel contesto professionale. Parlare dei propri successi e dire apertamente “questo lo so fare e lo so fare bene” può risultare innaturale per chi preferisce che sia la sua competenza a confermare il suo valore. È un argomento centrale per moltə professionistə che affianco e che ho trattato spesso nei miei articoli, a proposito di sindrome dell’impostore e di personal branding per freelance.
  • La paura di essere fraintesə
    Anche questa è una compagna di viaggio frequente tra chi è introversə. C’è chi pensa molto prima di parlare – ci torna sopra, soppesa, considera il punto di vista da più angolazioni – e poi magari si esprime in modo sintetico, o non si esprime affatto, temendo che le parole non rendano giustizia alla profondità del pensiero. E c’è chi, invece, non teme di dire la sua, ma per paura di scivolare nella banalità approfondisce e scandaglia, risultando un po’ troppo per quelli che preferiscono una chiacchierata superficiale.

E poi c’è quella frase. Quella che moltə di noi introversə hanno sentito almeno una volta:

“Dai, non essere pesante…”

La paura di sembrare troppo pesanti…

“Sei proprio pesante…” oppure “Ecco, di nuovo una delle tue uscite. Sai che sei pesante?”

Quante volte te l’hanno ripetuto?

Ma nella maggior parte dei casi quella pesantezza è solo un altro nome che gli altri danno alla nostra profondità e alla curiosità che ci contraddistingue. Perché a noi introversə piace andare a fondo: nelle cose, nelle relazioni e nelle parole.

La differenza è tutta lì: la pesantezza appiattisce, la profondità amplia.

Una chiude, l’altra apre. Una scarica addosso agli altri, l’altra va a fondo per cogliere nuove sfumature.

E questo, credimi, è davvero un superpotere 😉

Poi, chi ha detto che la profondità non possa anche essere leggera?

“Pensare troppo” è faticoso e può essere limitante, ma porta con sé anche una ricerca di senso e una profondità rara. Noi introversə coltiviamo un mondo interiore ricco e la volontà di entrare in punta di piedi nelle relazioni e nelle vite degli altri. È vero che a volte questo ci blocca, ma è anche un segno di cura e rispetto, per ciò che facciamo e per le persone a cui ci rivolgiamo.

Queste difficoltà le ritrovo spesso nelle persone con cui lavoro.

Persone capaci, competenti, con una solida formazione alle spalle.

Eppure, qualcosa le blocca ogni volta che si tratta di comunicare chi sono e cosa sanno fare. E quel qualcosa non è l’introversione in sé.

È la convinzione che l’introversione sia un limite.

Non lo è.

I punti di forza nella comunicazione delle persone introverse

Ribaltiamo la medaglia e guardiamo ai lati positivi dell’introversione:

  • L’ascolto attivo
    È una delle competenze comunicative più rare ed è anche un tratto comune a molte persone introverse. Cogliere sfumature che agli altri sfuggono, ascoltare con intenzione e profondità è un fattore differenziante. In un’epoca come questa, in cui tutti sembrano voler parlare e pochissimi ascoltare, è una risorsa enorme.
  • Il pensiero profondo e riflessivo
    Porta a una comunicazione più ponderata, sentita e oserei dire anche più precisa. Una persona introversa raramente dice cose a caso. Quando parla, ha già elaborato a lungo. Quello che agli occhi di chi si accontenta della prima impressione può sembrare lentezza è in realtà una forma di rispetto, verso l’interlocutore e verso l’argomento della conversazione.
  • La comunicazione che passa per la parola scritta
    Il testo è spesso il territorio naturale delle persone introverse. La scrittura permette di pensare, di tornare, di correggere e di trovare la parola giusta. Non c’è la pressione del momento, non c’è l’occhio dell’altro che aspetta una risposta immediata. E-mail, newsletter, articoli, post riflessivi su LinkedIn: sono tutti canali in cui un introversə può esprimersi con una qualità che nella comunicazione verbale immediata – o in un reel per i social – fatica a emergere. Be’, penso che non sia un caso se il mio canale di comunicazione preferito è proprio la newsletter: è certamente lo spazio in cui mi sento più a mio agio. 😊
  • L’intelligenza emotiva
    Da brave osservatrici, le persone introverse analizzano il contesto e chi le circonda. Per questo, spesso, percepiscono le emozioni degli altri con grande sensibilità e sanno adattare la comunicazione di conseguenza. Captano tensioni, sfumature, non detti. L’intelligenza emotiva – se riconosciuta e coltivata – è una competenza professionale e relazionale di alto valore in tutti i contesti, compreso quello del lavoro freelance.
  • La capacità di stare bene in solitudine (e di nutrire la creatività)
    La capacità di stare da solə, con sé stessə, senza cercare continuamente stimoli esterni, è utile anche nelle difficoltà: stare nel disagio, senza fuggire immediatamente verso la prossima distrazione aiuta coltivare la propria centratura. Certo, non bisogna esagerare, ma la solitudine a piccole dosi aiuta noi introversə a riconnetterci con noi stessə, favorisce la creatività e la chiarezza. L’introversione alimenta la riflessione e la riflessione alimenta la creatività. Infatti, molti dei pensatori, scrittori, artisti e innovatori più influenti della storia erano introversi dichiarati!

E tu, ti riconosci in questa lista di pro?

Sono tutti punti di forza che ti torneranno utili nell’attività freelance e nella comunicazione con i tuoi clienti e collaboratori. Vanno solo messi in pratica.

Come mi piace ripetere, serve sapere unire l’essere al fare.

Per un introversə, l’essere è già ricco. Si tratta di imparare a portarlo fuori 😉

Come migliorare la tua comunicazione senza snaturarti, se sei una persona introversa

Uno degli errori più comuni che noto tra professionistə e freelance intrroversə è il tentativo più o meno conscio di cercare di correggere la loro introversione: diventare più estroversə, più socievolə, più rumorosə.

È solo uno sforzo enorme che produce risultati poco credibili, soprattutto ai loro occhi.

E poi, il personal branding più efficace parte proprio da chi siamo!

A ogni uomo è concesso conoscere sé stesso ed essere saggio. Eraclito

Parti da chi sei, da cosa vuoi per te e dalla tua idea di successo

C’è un proverbio che mi piace molto e che dice: “Se non sai dove stai andando, finirai in un altro posto”. Nel caos che stiamo vivendo oggi – parlo della situazione mondiale – il rischio di perdere la rotta è alto. Non possiamo prevedere il futuro ma, come business coach, so che esiste una bussola infallibile e che può guidare le nostre scelte: il nostro “personale”.

Il personale – cioè chi sei e cosa vuoi davvero – è lo sguardo con cui vedi le cose, sono i valori che ti muovono e la posizione da cui guardi il tuo lavoro.

Per costruire un business e una comunicazione che non ti facciano sentire artificiosə, ti consiglio di partire da due concetti fondamentali che spesso tendiamo a confondere: il tuo valore personale e il tuo valore professionale.

Il valore personale è intoccabile

Il valore personale si radica nei tuoi principi, nella coerenza tra ciò che pensi, che dici e che fai. Non è sottoposto al giudizio degli altri. È la tua identità, il tuo “brand umano”.

Se credi in chi sei e in ciò che pensi, comunicare diventa molto più semplice.

Ne ho parlato anche nel mio articolo: Consigli per superare la paura di esporsi online e sui social

Il valore professionale è uno specchio

Il valore professionale è, invece, la percezione che gli altri hanno della tua utilità. È legato all’autoefficacia (la capacità di produrre risultati) e al riconoscimento sociale.

Ergo: se sei bravissimə ma nessuno lo sa, il tuo posizionamento non cambierà mai.

E il tuo valore non verrà riconosciuto.

Visione e missione: la “tua” definizione di successo

Rimaniamo su chi sei e cosa vuoi per te. Quali sono la tua missione e la tua visione? Uso volutamente l’italiano perché spesso usiamo termini come Vision e Mission. Due termini distanti, quasi impossibili da applicare, proprio perché vaghi.

In realtà, sono concetti semplicissimi:

  • La visione è la tua idea di successo. Non quella di qualcun altro, ma la tua. Successo per te significa fatturare 100k o avere il pomeriggio libero per stare con la tua famiglia? Significa viaggiare o essere un punto di riferimento nella tua nicchia? Non c’è una risposta giusta, c’è solo la tua.
  • La missione è il motivo pratico per cui gli altri dovrebbero sceglierti. Quale problema risolvi? Quale desiderio esaudisci? La tua missione è l’impatto che hai sulle vite degli altri.

Senza questa chiarezza, faticherai sempre a veicolare chi sei e cosa fai. Ma se la tua visione è nitida, allora ogni azione, ogni post e ogni servizio diventeranno strumenti naturali per raggiungere i tuoi risultati.

A questo proposito, potrebbe interessarti leggere: Modelli di business per freelance

Individua i tuoi punti di forza e mettili in pratica

Osservati, chiedi a chi ti conosce bene in cosa sei bravə, quali sono le tue aree di genio. Parti da te:

  • se il tuo punto di forza è l’ascolto, usalo come leva nelle relazioni professionali
  • se eccelli nella scrittura, investici: apri un blog, una newsletter, raccontati su LinkedIn
  • se hai una visione profonda e una mente analitica, racconta i casi che hai affrontato e come li hai risolti

È già tutto dentro di te. Bisogna solo farlo emergere.

Vieni a patti con la paura del giudizio altrui

La paura del giudizio è uno degli ostacoli più grandi all’autorealizzazione. Paralizza, ti spinge a tacere e ad allontanare i risultati che potresti raggiungere. È un timore frequente tra le persone introverse, che sono abituate a stare dentro i propri pensieri e a dare loro molto peso.

La verità è che le persone pensano molto meno a noi di quanto crediamo. Hanno le loro preoccupazioni, i loro progetti, le loro insicurezze. È poco efficace preoccuparsi di ciò che pensano gli altri.

E quando arrovellarsi impedisce di agire? L’unico rimedio che funziona davvero è l’azione.

Imperfetta, sbavata, non pianificata: agire ci mette nella condizione di muoverci, di far succedere le cose.

Per esempio, se stai rimandando la tua comunicazione da settimane, datti un piccolo obiettivo concreto. Scrivi un post di getto su un tema che senti urgente. Una volta scritto, poi lo renderai bello e “pubblicabile” (si può anche cambiare le cose una volta online).

Ma intanto inizia.

Fai networking con le persone giuste e nei contesti giusti

Meglio evitare l’aperitivo con cinquanta persone sconosciute e il biglietto da visita in mano. Orientarsi nella comunicazione, per noi introversə, significa scegliere quali canali attraversare, anche per non disperdere le energie. Il punto non è presidiare ogni canale possibile, ma trovare quelli in cui puoi sentirti a tuo agio, dove puoi portare il tuo sguardo e la tua profondità con naturalezza, sapendo che verranno accolti.

I canali giusti non sono quelli più affollati.

Sono quelli in cui ci sono le persone che ti assomigliano.

E sì, i luoghi dove fare networking efficace possono essere sia fisici che virtuali, perché  anche l’online può essere ancora un luogo di espressione, nutrimento e relazione, se abitato con i propri ritmi e la propria voce.😉

Analizza la tua comunicazione: è un monologo?

Forse hai già messo in pratica i consigli precedenti, ma non si è mosso nulla…

A volte la comunicazione non funziona perché, senza accorgercene, stiamo parlando a noi stessə. Soprattutto noi freelance introversə rischiamo di rifugiarci nel nostro mondo, fino a dimenticarci di chi c’è là fuori (di solito qualcuno che non vede l’ora di conoscerlo, il nostro mondo!).

La comunicazione non è un diario, è un dialogo. Se nessuno interagisce, non si riconosce nei tuoi servizi o in ciò che racconti, forse è tutto giusto “solo sulla carta”, ma manca l’incontro: qualcuno dall’altra parte.

A questo proposito, potrebbe interessarti leggere come usare la Mappa dell’empatia per il tuo business.

Quando il racconto smette di essere un monologo e diventa uno scambio, quello che facciamo diventa rilevante per l’altro e la comunicazione torna a fare il suo lavoro: connetterci alle nostre persone.

A volte basta solo cambiare cornice.

Einstein diceva che non si può risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che l’ha creato. E forse questa massima vale anche per noi freelance.

Un esercizio di consapevolezza: smettere, iniziare, continuare

Ogni volta che la nostra comunicazione non funziona come vorremmo, abbiamo due strade:

  1. Pensare che siamo noi il problema, che dobbiamo creare più contenuti e impegnarci per diventare qualcos’altro
  2. Fermarci e chiederci se stiamo guardando la situazione dalla prospettiva giusta

I modelli di comunicazione più diffusi sono spesso pensati per chi si espone con naturalezza, non teme la velocità e ama stare al centro dell’attenzione.

Non proprio a misura di introversə.

Ma la buona notizia è che possiamo cambiare la cornice del problema e aprire nuovi scenari più creativi, più nostri.

Per esempio: invece di chiederci “Come posso produrre più contenuti video?”, possiamo chiederci “Quale tipo di contenuto mi permette di trasmettere al meglio il mio valore?” e spostare il focus dalla quantità alla qualità.

Questo processo si chiama reframing. E ci ricorda che comunicare non significa adattarsi a un modello, ma scegliere la forma giusta per ciò che abbiamo da dire.

Per capire se sei in apnea o se stai nuotando nella giusta direzione, devi guardare in faccia la tua realtà attuale.

Ti invito a fare un piccolo esercizio di “pancia”.

Prendi carta e penna e rispondi a queste tre domande per rimettere a fuoco i tuoi obiettivi (e se ti va, scrivimi e fammi sapere com’è andata 😊):

  • Cosa devo SMETTERE di fare? Identifica quelle azioni, abitudini o collaborazioni che non portano risultati e che non sono più allineate al tipo di professionista che vuoi diventare. Basta sprecare energia dove non c’è valore.
  • Cosa devo INIZIARE a fare? Qual è quel passo che sai essere utile ed efficace, ma che stai rimandando per paura o mancanza di chiarezza?
  • Cosa devo CONTINUARE a fare? Riconosci quello che oggi funziona, che è in linea con i tuoi valori e che ti fa sentire auto-efficace. Proteggi queste attività.

Un obiettivo non è un desiderio lanciato nel vuoto (come vincere al Superenalotto), ma un risultato che ottieni come conseguenza delle tue scelte strategiche.

È stato così anche per Silvia. E guarda cosa ha ottenuto 😊

Introversə di successo? Si può!

Qualche anno fa ho tenuto uno speech davanti a un centinaio di persone. L’evento ruotava intorno al tema dell’imprenditoria al femminile e per l’occasione avevo scelto un argomento che mi sta molto a cuore: definire i propri obiettivi (che è il punto di partenza per evolvere nel business e nel lavoro: infatti è anche la prima tappa dei miei percorsi di business coaching) e come evitare di procrastinare. Tra le persone presenti c’era anche Silvia Bettini, alias Insalata Illustrata, che poi è diventata una mia coachee e una mia cara amica.

Proprio Silvia, pensando a me sul palco, all’inizio del percorso di mentoring insieme, mi disse: “Io non sono come te. Non parlo davanti a centinaia di persone”.

Be’, qualche tempo dopo, la stessa Silvia non solo parlava davanti a centinaia di persone, ma addirittura a migliaia di follower. Aveva costruito una community affezionatissima (Gommapane), attraverso il suo canale YouTube e il suo sito, senza snaturarsi.

È la dimostrazione che si può fare 😊basta trovare il modo giusto per noi.

Ti aiuto a trasformare la tua introversione da cruccio a punto di forza

L’introversione è un’opportunità. Ti aiuta a sviluppare uno stile comunicativo più profondo e tuo. Anche se tutto sembra dirti il contrario – anzi, proprio perché tanti la pensano così – non devi urlare per essere sentitə. Non devi essere ovunque per essere rilevante, né fingere un’esuberanza che non ti appartiene.

In te, hai già tutto ciò che serve: ascolto, profondità, empatia, cura e, ne sono certa, anche la capacità di dire cose che vale la pena ascoltare.

Posso aiutarti a farle emergere.

Se vuoi approfondire o desideri sapere come possiamo lavorare insieme scrivimiinfo@fulviasilvestri.it

C’è una domanda che, prima o poi, finiamo per farci tuttǝ: “Qual è il lavoro perfetto per me?” Alcunǝ se la fanno da ragazzǝ, quando arriva il momento di scegliere cosa studiare. Altrǝ se la pongono quando sembra che tutte le carte siano già state giocate, magari a quarant’anni, nel bel mezzo di una carriera in cui non si riconoscono più (che poi è quello che è successo a me, 10 anni fa). E tu? Forse in questo momento stai vivendo una situazione simile:

  • hai già un lavoro, ma senti che qualcosa non va come dovrebbe
  • Ti rigiri nel letto di notte, con la sensazione fastidiosa di non vivere la vita che desideri
  • Mentre sei in ufficio la tua mente vaga, pensi alle persone che conosci con una punta di invidia: loro sembrano così appagate e invece tu ti ritrovi a rimuginare ancora e ancora sulle scelte passate…
  • Sui social hai scoperto che è possibile mollare tutto, diventare freelance e lavorare dove vuoi, quando vuoi e con chi vuoi, indipendente, liberǝ e senza pensieri (spoiler: non è così, fra poco ci arriviamo)

Intanto continua a frullarti nella testa l’idea di aver sbagliato tutto e ti chiedi quale sia il lavoro ideale per te: forse quell’attività creativa che ogni tanto sogni, ma che hai paura di trasformare in realtà?

Perché lavorare come creativǝ è difficile, lo sanno tuttǝ!

Sì, è vero. È difficile, ma non impossibile, ne ho parlato anche nel mio articolo Lavori creativi: si può guadagnare seguendo il proprio talento?)

Il problema non è la domanda in sé – qual è il lavoro ideale? -, ma la risposta implicita che ci portiamo dietro quando ce la facciamo: che da qualche parte, là fuori, esiste per forza il lavoro perfetto. Quello che ti fa sentire realizzatǝ, ti paga bene, ti dà senso, ti fa alzare la mattina con la voglia di iniziare una nuova giornata, se non con le farfalle nello stomaco, quanto meno col sorriso. Quel lavoro che tu, fino ad ora, non hai ancora trovato.

Questo articolo nasce per aiutarti a uscire dalla trappola silenziosa in cui molte persone rimangono incastrate per anni – la ricerca del lavoro perfetto – non per mancanza di talento o di voglia, ma perché stanno cercando qualcosa che non esiste nella forma in cui se la immaginano.

Il “lavoro perfetto” è una storia che ci raccontano

Il concetto di lavoro perfetto non nasce dentro di noi. Ce lo insegnano.

Ce lo inculcano in famiglia, quando, a un certo punto, magari sul più bello del pranzo di Natale, ci fanno a bruciapelo la domanda “e da grande cosa vuoi fare?” aspettandosi una risposta seria, concreta, ben orientata: preferibilmente un lavoro con un ordine professionale alle spalle.

Ce lo instillano i film in cui il protagonista, dopo aver vissuto esperienze fallimentari, ha un’illuminazione e capisce che la sua strada è confezionare candele profumate in Finlandia, aprire un chiosco ai Caraibi o girare il mondo in camper lavorando come freelance. Come se fosse sempre possibile seguire un sogno di libertà, anche il più estremo, nonostante tutto e tutti. Intendiamoci, sono strade percorribili, ma per pochissime persone. Per tutte le altre, no.

Il mantra del “se vuoi, puoi” ha creato molte illusioni e altrettanti buchi nell’acqua.

Avere un’attività in proprio è molto più complesso di così. Servono:

E poi ce lo mostrano i social, dove le persone condividono solo la parte bella della loro carriera – i traguardi, i viaggi di lavoro, i momenti di ispirazione – ma mai la noia, la stanchezza, i clienti difficili, le mattine in cui preferirebbero tornare a essere dipendenti, piuttosto che ingoiare un nuovo progetto faticoso, pur di fatturare. L’algoritmo, però, premia le storie acchiappa like, non certo la routine e i disagi di una vita normale, e ce le ripropone all’infinito, creando una bolla che ha poco a che vedere con la realtà.

Il risultato è che moltǝ di noi hanno in testa un’idea di lavoro ideale costruita più su aspettative esterne che su una vera conoscenza di sé. E questa idea ha una caratteristica precisa: è sempre un po’ irraggiungibile. Perché se la raggiungi – se trovi il lavoro “perfetto” per te – potresti scoprire che non è esattamente come te l’eri immaginato.

“Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita.” – Carl Gustav Jung

Il lavoro perfetto non esiste, ma esiste il lavoro per te.

Ne sono certa e ne ho le prove.

In questi anni come business coach ho accompagnato decine di persone nel passaggio da dipendente a freelance e nell’evoluzione da “ho la P.IVA” a “freelance per davvero”. Le ho viste sbocciare e crescere, nonostante le difficoltà e i compromessi – che ci sono sempre – e a volte anche nonostante le delusioni e le paure, che fanno parte del pacchetto.

E tra queste, diffusissima fra le persone che seguo nei miei percorsi di business coaching, c’è anche quella di deludere le aspettative altrui.

Lavori di serie A e di serie B: il peso del giudizio altrui

Nella nostra cultura esiste una distinzione, spesso taciuta o sussurrata appena. La leggi tra le righe, quando dici di essere unǝ business coach, unǝ copywriter, unǝ Social Media Manager, unǝ fotografǝ (aggiungi liberamente una delle nuove professioni nate negli ultimi decenni). La vedi nell’angolo della bocca che si solleva impercettibilmente, nel corrugarsi della fronte, nella voce che cambia, quasi incredula, quando dichiari di aver scelto un lavoro non standard. È la percezione che esista una gerarchia tra i lavori.

Ne ho parlato anche di recente in un post sul mio profilo LinkedIn, a proposito di argomenti che, se tirati fuori a cena, accendono la tavolata. Tipo quando qualcuno dice: “Eh, ma oggi tutti vogliono fare i freelance.” Oppure: “Ai miei tempi si cercava il posto fisso.” E lì, puntuale, compare lo zio Gino. Quello che: “I giovani d’oggi non hanno voglia di sacrificarsi.” O che sentenzia: “Con tutte queste passioni non si campa.”

Non è vero che oggi si lavora meno. Anzi. Si lavora in modo molto diverso. Spesso senza rete. E non è vero che chi lascia un posto sicuro è irresponsabile. Spesso è qualcuno che ha smesso di accettare un ruolo che non lo rappresenta più. E poi non è vero che costruirsi un’attività propria sia un capriccio generazionale. È una scelta che comporta rischio, disciplina, esposizione continua.

Il problema è che c’è una convinzione dura a morire: esistono lavori di serie A e lavori di serie B.

Medico, avvocato, ingegnere, notaio…: serie A.

Graficǝ, illustratrice, fotografǝ…: serie B.

O, almeno, così viene percepito da molte famiglie e nei contesti sociali.

I lavori creativi, manuali, di cura – quelli che spesso fanno la differenza nella vita delle persone – faticano ancora a essere considerati “abbastanza”. Se hai scelto, o stai pensando di scegliere, un percorso non convenzionale, probabilmente conosci bene quella sensazione di dover giustificare la tua professione. Di dover dimostrare che non è una fase. Di dover aspettare che il tuo lavoro “funzioni” davvero prima di poter chiamarlo tale ad alta voce.

Questa pressione è reale e ha un peso enorme.

Perché quando cerchi il lavoro per te, sotto lo sguardo critico degli altri, rischi di perdere direzione e di inseguire una versione di successo che non è la tua. Intanto, il tuo vero punto di partenza – chi sei, cosa ti viene naturale, cosa ti dà energia, i tuoi talenti, cioè tutto quello che io chiamo superpotere – resta inesplorato.

E il lavoro perfetto (agli occhi degli altri) diventa una gabbia dorata, quella in cui moltǝ finiscono per identificarsi, perdendo loro stessǝ.

Il lavoro ideale può diventare una gabbia

Tra tutte le trappole legate al lavoro perfetto, questa è forse la più pericolosa: credere che il nostro valore come persone dipenda da ciò che facciamo per vivere.

Il lavoro di serie A, così ambito ed elogiato dalla società, rischia di diventare l’unico abito che ci concediamo di indossare, l’unico parametro di successo che riusciamo a intravedere, per noi e per gli altri. Soffochiamo anche solo l’idea di poter vivere una vita diversa e giudichiamo duramente chi sceglie la via meno convenzionale.

Oppure, se il lavoro tanto prestigioso non ci calza così a pennello come avremmo voluto, iniziamo a mettere in discussione noi stessǝ. È il cortocircuito per cui:

  • una professione che non decolla diventa “non sono abbastanza”
  • un periodo di transizione professionale apre una crisi d’identità: “forse non ho le carte per farcela”
  • il solo pensiero di valutare un cambiamento di rotta si traduce in un “ho sbagliato tutto”

Ho visto questa dinamica molte volte, sia nei miei percorsi di mentoring che in conversazioni più informali: persone brillanti, competenti, con una storia professionale solida, che continuano a misurare il loro valore con il metro sbagliato.

Tu vali indipendentemente dal lavoro che fai

C’è una convinzione che circola sottotraccia, così radicata che quasi non la notiamo più: l’idea che il nostro valore come persone dipenda da ciò che facciamo per vivere.

Ti risuona?

Pensa a quando incontri qualcuno per la prima volta. Ti capita mai di chiedere: “E tu, cosa fai?”

Non chi sei. Non cosa ti appassiona. Cosa fai. Come se la risposta a quella domanda dicesse tutto quello che c’è da sapere su quella persona.

E così, nel tempo, impariamo a costruire la nostra identità intorno al lavoro. Il titolo sul biglietto da visita diventa una misura del nostro posto nel mondo. Il fatturato, un indicatore del nostro valore. Il prestigio della professione un certificato di quanto valiamo.

Il problema è che questa equazione non regge.

Il tuo valore come persona ha poco a che vedere con quanto guadagni, con il nome della tua azienda o con quante persone riconoscono quello che fai. Sei una persona intera – con relazioni, curiosità, sensibilità, storia – al di là del tuo essere unǝ professionista.

Il lavoro è una parte di te.

Non è tutto te.

Quando lo dimentichiamo, ogni crisi professionale diventa una crisi esistenziale. Ogni periodo no, una prova della nostra inadeguatezza. Ogni confronto con chi “ha fatto di più”, una sentenza contro di noi. E questo, spesso, ha a che vedere anche con la sindrome dell’impostore

Ma non è necessariamente così 🙂 e riconoscerlo – per davvero, non solo a parole – è il primo passo per costruire un rapporto più sano con il lavoro che scegli di fare.

Di rapporto tra valore, lavoro e percezione del successo, ho parlato di recente anche in una delle mie ultime newsletter. Ti lascio qui un estratto:

“Ci sono contributi che non vengono annunciati, non finiscono sulle copertine dei giornali né ricevono applausi, eppure cambiano le cose. Penso alle persone che, in qualche modo invisibile, hanno plasmato il mio lavoro o la mia vita senza mai occuparne il centro. Alle parole di chi mi ha sostenuto prima ancora che io capissi di averne bisogno.

Senza certe presenze, senza alcuni gesti quotidiani, molte cose non sarebbero esistite. Sono nate perché qualcuno ha scelto di contribuire invece che dimostrare, di costruire invece che apparire.

Ci hanno insegnato a pensare che per lasciare un segno nel mondo serva qualcosa di evidente e, per anni, l’ho pensato anch’io: vedere risultati, ricevere un riconoscimento. Insomma, avere una forma chiara di successo.

Invece, esiste un altro modo di lasciare traccia, più discreto e più profondo: fare semplicemente bene ciò che senti giusto fare.

La newsletter è lo spazio in cui condivido le mie riflessioni più profonde. Ne invio una al mese ed è il mezzo che preferisco, perché è più intimo e raccolto. Rispondo sempre a chi mi scrive e sono felice quando le mie parole risuonano in chi riceve i miei pensieri. Se ti va di farmi sapere cosa ne pensi, puoi iscriverti alla mia newsletter da questa pagina. Spero di leggerti presto 😊

Ikigai: non la formula magica, ma una bussola utile

Se hai già letto qualcosa sulla ricerca del lavoro ideale, probabilmente ti sarai imbattutǝ anche nel concetto giapponese di ikigai, che si traduce più o meno come “ragione di esistere” o “ciò che vale la pena fare”. Il modello che viene proposto in Occidente lo rappresenta come uno schema con quattro cerchi che si intersecano:

  • Quello che ami fare
  • Quello in cui sei bravǝ
  • Quello di cui il mondo ha bisogno
  • Quello per cui puoi essere pagatǝ

Il punto in cui i quattro cerchi si intersecano sarebbe, appunto, il tuo ikigai.

È un modello affascinante e utile, a patto di usarlo come bussola e non come verità assoluta. Perché il rischio è di trasformarlo in un’altra versione del lavoro perfetto: “devo trovare il punto esatto in cui i quattro cerchi si sovrappongono, e quello sarà il mio lavoro ideale.”

E se non lo trovi?

L’ikigai, nella tradizione giapponese, non è un obiettivo da raggiungere una volta per tutte. È una pratica quotidiana. Un orientamento. Un modo di stare nel lavoro – e nella vita – con consapevolezza e intenzione.

A questo proposito, ho creato un esercizio che si ispira all’ikigai e che può esserti di aiuto per capire quale direzione prendere per valutare un cambiamento di lavoro (o nel lavoro).

È un primo approccio per uscire dalla trappola della ricerca di una professione ideale e irraggiungibile.

Come uscire dalla trappola del lavoro perfetto e trovare quello che va bene per te

Se ti stai chiedendo quale sia il lavoro più adatto alla persona che sei oggi, inizia da te, non dal mercato (almeno non subito).

Parti da chi sei e da cosa vuoi per te

Le domande giuste non sono “qual è il lavoro più pagato?” o “qual è il lavoro più richiesto nei prossimi anni?”. Sono utili, certo, ma vengono dopo. Prima devi capire chi sei tu: quali sono i tuoi talenti, i tuoi valori, il tipo di vita che desideri per te, compatibilmente con la tua situazione personale e familiare.

Senza questa chiarezza, qualsiasi risposta esterna rischia di portarti fuori strada.

Ecco un esercizio semplice per iniziare a ragionarci su.

Prova a ricordare tre momenti nella tua vita lavorativa (o anche scolastica e personale) in cui ti sei sentitǝ davvero nel tuo elemento:

  • Cosa stavi facendo?
  • Con chi eri?
  • In che contesto ti trovavi?
  • Cosa ricordi con orgoglio?

Rispondere a queste domande è il primo passo per guardarti dentro e iniziare a fare chiarezza su chi sei e cosa vuoi davvero.

Qual è il tuo concetto di successo?

Ognunǝ di noi ha il suo concetto di successo. Per alcuni è lo status, per altri è quello che permette di creare qualcosa di nuovo, per altri ancora il successo non è nel lavoro in sé, ma nella qualità della vita che quella professione permette di raggiungere. E nel tuo caso?

Il lavoro adatto si costruisce, non si trova

Il lavoro giusto per te non è là fuori ad aspettarti, sta a te costruire una professione – freelance o dipendente – più allineata con chi sei. È una ricerca che passa dagli aggiustamenti di rotta, dalle esperienze che ti insegnano cosa vuoi e cosa non vuoi, e dall’ascolto di te e del tuo corpo. A volte, non servono grandi stravolgimenti: basta cambiare azienda per stare meglio o imparare a comunicare efficacemente e con assertività per uscire da una relazione lavorativa scomoda e poco gratificante.

“Aspetto di essere prontǝ!” Spoiler: non lo sarai mai

Se aspetti di essere “prontǝ”, rischi di non partire mai. Non sto dicendo di buttarti alla cieca, ma di pianificare il cambiamento e poi di agire: vuoi trovare un nuovo lavoro o diventare freelance? A seconda della strada scelta, chiediti: cosa puoi fare, concretamente, oggi, per raggiungere l’obiettivo che ti sei postǝ? E mettilo in atto. Può essere un corso di formazione, un cambiamento nell’orario di lavoro, una consulenza per fare chiarezza, una conversazione con qualcuno che fa un lavoro che ti incuriosisce. Non devi avere la mappa completa per muoverti. L’importante è iniziare.

“Un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo” è una frase attribuita a Lao Tzu

Se, invece, ti stai dicendo “inizierò quando saprò davvero cosa voglio” o “mi muoverò quando avrò tutte le risposte”, fai attenzione, perché le risposte arrivano facendo le cose, non aspettando che capitino…

Il lavoro per te esiste, devi solo cercarlo nel posto giusto

Il lavoro che fa per te esiste, ma non è la perfezione, l’assenza di difficoltà o il posto in cui tutto va sempre bene e ogni mattina è una gioia. Trovarlo richiede chiarezza su chi sei, prima ancora che sul mercato. Poi, certo, il mercato conta moltissimo, ma solo se trovi una professione allineata a te.

Non tuttǝ possono fare l’ingegnere, il medico o l’informatico, giusto? 🙂

E in questa ricerca, avere al proprio fianco qualcuno che ci faccia da specchio è il punto di partenza per cambiare davvero, perché guardarsi con obiettività, da solǝ, è difficile per tuttǝ.

Posso essere io quella persona. Ti aiuto a capire quale direzione prendere, quali sono i tuoi veri punti di forza e come metterli a frutto nel lavoro.

Se vuoi approfondire o desideri sapere come possiamo lavorare insieme scrivimiinfo@fulviasilvestri.it

Di creatività si può vivere?” mi ha chiesto una persona qualche settimana fa. Mi aveva contattata per rivedere il suo percorso professionale e capire se avviare un business in proprio. È dipendente da diversi anni – ha un ruolo da responsabile in un’azienda – e vorrebbe diventare una freelance creativa, ma la paura di non guadagnare abbastanza la sta frenando perché, dice:

“Se lasciassi l’azienda per aprire la partita IVA e dedicarmi finalmente a un lavoro creativo, cosa succederebbe? Ho paura di cosa potrebbero pensare i miei suoceri, il mio compagno, le amiche… Quando provo a parlare delle mie aspirazioni, mi dicono tutti la stessa cosa: sei così fortunata, hai un lavoro fisso, uno stipendio sicuro, ma chi te lo fa fare? E così, continuo a rimandare e a soffocare i miei desideri…”

Cosa accade quando soffochi la tua creatività?

Viviamo in una cultura individualista che ama dividerci, tra chi sta vincendo e chi sta perdendo. E la narrazione, quando si tratta di lavoro, è spesso polarizzata: da un lato, professioni di serie A (i vincitori) – medici, ingegneri, manager, avvocati…. – e dall’altro, professioni di serie B (i perdenti). Tra questi ultimi vengono annoverati (a torto!) i lavori creativi: illustratrici e illustratori, graficə, copywriter, fotografə, web designer, Social Media Manager…

Ne ho conosciutə tantə in questi anni da business coach e ho constatato che tuttə loro, all’inizio, avevano una paura in comune: non riuscire a guadagnare abbastanza. È un timore legittimo. Lo era in passato e lo è soprattutto oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa.

Non sorprende che molte persone creative, nel corso della loro vita, scelgano di abbandonare le loro ambizioni e i loro talenti, in favore di una professione più standard.

Il pensiero di moltə è: bisogna pur guadagnare per vivere…

Ed è vero. Però, cosa accade quando metti a tacere te stessə?

Succede che, a un certo punto, la tua natura presenta il conto. Ecco cosa mi ha scritto qualche tempo fa una professionista molto in gamba, a proposito di questo:

“Sento di aver tradito me stessa. Ho lottato contro la mia creatività per tutta la vita, mi sono forzata e sforzata di adattarmi a una professione “standard”, socialmente accettata, prestigiosa, ma ho capito di essermi fatta del male. Sono sempre stata una persona creativa. Ma avevo paura di non riuscire a guadagnare a sufficienza, di sembrare una scappata di casa agli occhi del mondo… così ho messo a tacere i miei desideri e ho studiato una materia che non era la mia, mi sono laureata, formata, specializzata e ho intrapreso una carriera in un settore che non amo. Adesso non mi riconosco più.

Non so chi sono e mi sento soffocare. Il senso del dovere verso la mia famiglia, che mi ha pagato gli studi, e verso il mio compagno, con cui convivo, mi schiaccia. Sono in apnea. Vorrei respirare, fare quello che amo, liberarmi. Ma ho ancora troppa paura. Forse il mio è un desiderio infantile, forse sono solo troppo egoista…”

Ti ritrovi, almeno in parte, in queste parole?

Se sei arrivatə fin qui, immagino di sì.

Non sei solə.

Una delle principali resistenze al cambiamento e alla crescita personale e professionale, è la paura dell’ignoto. È strano come spesso preferiamo restare chiusə nella gabbia del nostro disagio, piuttosto che prenderci il rischio di andare a vedere cosa c’è oltre.

Le ragioni a favore dello stare superano quelle dell’andare perché la sicurezza economica o il ruolo promettono una (apparente) serenità che un mondo di sogni e speranze non riesce a garantire. La paura di ritrovarci in difficoltà, giudicatə dagli altri come degli ingenui, ci convince del fatto che certe cose è meglio immaginarle che realizzarle, perché poi la realtà distrugge il senso della possibilità.

È così che nascono i rimpianti: scegliamo il presente lasciando al futuro l’onere di spiegarne il perché.

Forse anche tu hai coltivato per anni un talento, che però hai messo da parte per adattarti a un lavoro normale. Ogni tanto tiri fuori dal cassetto quell’attività che ti fa stare bene – scrivere, disegnare, fotografare… – per poi rimetterla a posto, troppo impauritə per renderla un lavoro vero.

Ho conosciuto tantə professionistə con una storia così. Persone capaci, con ruoli di responsabilità che, per paura di non farcela, del giudizio degli altri e di non riuscire a sostenersi economicamente, hanno messo da parte ciò che desiderano davvero.

È un grande spreco: il talento, incanalato nella giusta direzione, porta gratificazioni personali, sociali e anche economiche. Ma affinché sia così, serve essere consapevoli dei propri superpoteri e delle richieste del mercato.

Perché guadagnare con la creatività è difficile, ma non impossibile.

 

Quali sono le difficoltà nel guadagnare con la creatività?

Nella maggior parte dei casi, le persone che scelgono una professione creativa diventano freelance (qui trovi un approfondimento sullo stato attuale del mercato in Italia). Quindi, se sei dipendente e stai pensando di cambiare strada per intraprendere una carriera in questo ambito, tieni conto del fatto che, molto probabilmente, dovrai passare da un lavoro stabile a uno autonomo.

E questa è certamente la prima grande difficoltà da affrontare, perché non è fattibile se:

  • ti aspetti che le soluzioni arrivino dall’esterno
  • vuoi tutto e subito
  • non sei dispostə ad accettare i rischi
  • pensi di poter vivere alla giornata, senza regole e di poter fare a meno di relazionarti e cooperare con altri

Instabilità economica e periodi di incertezza fanno parte del pacchetto di chi lavora con la creatività. E l’unico modo per ridurre un po’ il rischio è cambiare mindset.

Perché, nel momento in cui apri la partita IVA, sei di fatto una microimpresa, anche agli occhi della legge e del fisco. Quindi tanto vale trattare il lavoro creativo per quello che è: un business vero.

Se vuoi modificare lo status quo devi avere la consapevolezza che il cambiamento dipende dalle tue azioni e dalle tue non-azioni: entrambe le scelte generano delle conseguenze e queste producono un risultato. Ora, so che questa verità spesso non ci piace perché ci pone di fronte alla necessità di uscire dal conosciuto e affrontare le nostre paure, però è l’unica verità attendibile.

Aprire e portare avanti un’attività freelance come creativə è fattibile se sei prontə a metterti in gioco sul serio.

Dedizione, focus e strategia

Se vuoi lavorare come freelance creativə, dovrai:

  • Dedicare focus e risorse alla tua attività, stabilendo direzione, obiettivi e un piano chiari
  • Impegnarti ogni giorno al meglio delle tue possibilità, continuando a lavorare con dedizione e strategia al tuo business e al tuo brand umano
  • Non perdere fiducia nelle tue capacità, agendo e sperimentando cose nuove

Da artista a solopreneur creativə

Dovrai anche sviluppare un mindset imprenditoriale: studiare il mercato, scegliendo un modello di business adatto a te e trovando una nicchia tua, perché, se parli a tutti, non parli a nessuno.

Individua quel segmento specifico dove il tuo stile e la tua sensibilità risolvono un problema reale e diventa il punto di riferimento per quel problema specifico.

E poi dovrai imparare a riconoscere il tuo valore e di conseguenza, a stabilire prezzi adeguati e sostenibili, investendo nel personal branding: racconta chi sei, come lavori e perché fai quello che fai.

Le persone comprano dalle persone.

Sviluppare o adattare le tue competenze relazionali e gestionali

Spesso, chi pensa di lavorare con la creatività, crede di potersi dedicare solo alla produzione artistica. Invece, l’attività freelance prevede una serrata gestione di tempi, energie e clienti. Ma soprattutto è un grande un lavoro di conoscenza e miglioramento di sé che implica:

  • imparare a comunicare efficacemente
  • costruire una rete di collaborazioni, perché il networking efficace genera passaparola positivo ed è ancora oggi il miglior canale per trovare clienti!
  • tenere a bada il nemico più grande delle persone capaci e talentuose: la sindrome dell’impostore, quella vocina che sussurra: “Prima o poi capiranno che non sei capace. Chi sei tu per proporti sul mercato, se fino a ieri facevi tutt’altro?”

Diventare freelance significa anche venire a patti con le tue paure e lavorare per superarle.

Nella mia newsletter, che è lo spazio in cui condivido le riflessioni più profonde, parlo di tutto questo e anche di molto altro. Se ti interessa approfondire e farmi sapere la tua opinione, puoi iscriverti da qui. Invio una newsletter al mese e rispondo sempre a chi mi scrive: non è scontato e lo apprezzo sempre molto 🙂

 

È possibile guadagnare con la creatività?

Sì, è possibile guadagnare facendo un lavoro creativo, ma è importante conoscere il mercato e capire di cosa ha bisogno. Ecco alcune delle professioni creative più diffuse e che conosco meglio, perché moltə freelance che ho affiancato nei miei percorsi di business coaching Scenario e Carisma si occupano proprio di questo:

  • Illustrazione
    Chi lavora in questo campo traduce concetti complessi in immagini per l’editoria, il packaging e il branding, crea mondi visivi che comunicano dove le parole non arrivano
  • Graphic design
    Chi si occupa di grafica progetta identità di marca (loghi, font, colori) che permettono alle aziende di essere riconoscibili e memorabili sul mercato
  • Copywriting
    Chi si occupa di copy, scrive testi che emozionano, informano e, soprattutto, convincono il lettore a contattare un’azienda o a comprare un prodotto
  • Fotografia
    Penso soprattutto a chi scatta immagini per il personal branding, uno dei servizi più più richiesti dalle aziende e dai freelance
  • Creazione di contenuti e Social Media Marketing
    I content creator costruiscono una community attorno a un interesse, realizzano contenuti multimediali – immagini, video, copy – per le aziende con cui collaborano, mentre i Social Media Manager, studiano strategie e traducono i valori di un’azienda in contenuti di branding, unendo marketing, grafica e storytelling
  • Web Design, UX writing e UI/UX design
    Sono professioni creative con una forte componente tecnica e analitica, molto richieste dalle aziende.

Forse stai pensando di cambiare lavoro e ricominciare proprio da una di queste professioni, ma ti senti ancora schiacciatə tra chi sei oggi e chi vorresti diventare, vero?

A volte, per smettere di sentirsi in apnea, serve guardare chi ha già imparato a nuotare in mare aperto.

 

Storie di creativə che ce l’hanno fatta

Una delle storie di successi che mi è più cara è quella di Silvia Bettini, alias Insalata Illustrata, che ha fatto un percorso di coaching con me anni fa, da cui è nata una bellissima amicizia. Ecco cosa scrive sul suo blog:

“Era il 2014 quando ho aperto la partita IVA da illustratrice e avevo una visione abbastanza lineare – forse un po’ ingenua – di come sarebbe stata la mia attività. Avrei creato un portfolio professionale, mandato qualche email agli editori, e dopo qualche anno avrei visto i miei lavori pubblicati su albi illustrati e riviste di lifestyle. Non è andata così, oggi la mia attività non somiglia affatto a quella che avevo immaginato. Ci sono stati momenti belli e altri più difficili, e guardandomi indietro so che con quello che ho imparato farei molte cose in modo diverso.”

L’articolo prosegue elencando le 10 cose che Silvia ha imparato nei suoi primi 10 anni di partita IVA. Tra queste, ho selezionato quelle che, secondo me, sono fondamentali in ogni business, creativo e non:

  1. Pensava che avrebbe disegnato di più
    Metà del suo tempo Silvia lo passa a gestire i clienti, l’amministrazione, fare preventivi, contratti e fatture. Esattamente come me e come tutti i freelance che hanno un business avviato.
  2. Ha capito che è importante stabilire dei confini
    Urgenze, orari, richieste impossibili: in qualsiasi lavoro, soprattutto quello freelance, è necessario fissare dei paletti e imparare a rispettarli.
  3. Ci sono tante strade per essere creativi
    Trova la tua nicchia, quello che sai fare bene e che ti fa battere il cuore. Non c’è una strada buona per tuttə, dipende da chi sei e da cosa vuoi per te.
  4. È diverso creare per sé stessi e per gli altri
    Silvia scrive: “Quando si lavora per conto di un committente bisogna affrontare soggetti che magari non ci appartengono, seguire un brief dettagliato, rispettare le scadenze e a volte accettare modifiche che non riflettono la nostra visione.”
    Fa parte del gioco, sei dispostə ad affrontare anche questo?
  5. Venire a patti con i social
    Sono utili per costruire relazioni, ma non devono diventare una gabbia.
  6. Uscire dal guscio e fare networking
    Silvia scrive: “Le connessioni vere che nascono dal vivo o da contesti più intimi hanno un valore che Instagram di certo non può eguagliare.” Sottoscrivo!

Leggi l’articolo intero di Silvia, ne vale davvero la pena.😊

Se la sua storia ti ispira e ti stai chiedendo come veicolare la tua creatività in un lavoro che ti dia soddisfazione, il mio consiglio è: riparti da te.

Che tipo di vita desideri per te?

Ci sono alcuni nodi da sciogliere e un po’ di puntini da collegare prima di iniziare a costruire un nuovo progetto professionale, sia che si tratti di un mestiere completamente nuovo; sia che si tratti del semplice desiderio di una ridefinizione o di una crescita nell’ambito della tua attività attuale. Alla fine, ogni scelta è un momento di progettazione esistenziale.

Quali sono i tuoi obiettivi e le tue priorità?

Se finora hai vissuto una vita che non senti tua, non c’è nulla di male nel cercare di cambiare le circostanze. E poi, non è detto che ciò che hai imparato finora sia da buttare, anzi!

Spesso giudichiamo le decisioni a posteriori, come se avessimo dovuto prevedere tutto. Come se il valore di una scelta coincidesse con il suo esito. Ma la qualità di una decisione non si misura con il senno di poi: si misura nel momento in cui viene presa.

Ogni decisione nasce dentro un perimetro preciso:

  • le informazioni disponibili
  • il livello di consapevolezza che abbiamo in quel periodo della vita
  • le energie
  • le paure
  • le responsabilità
  • i desideri, anche quelli non ancora del tutto messi a fuoco.

Se ora stai rimuginando sulle decisioni che hai preso un tempo, ti dico una cosa: pretendere che una scelta passata risponda ai criteri della persona che siamo diventati dopo, è un esercizio di crudeltà inutile.

C’è però un criterio più solido, più umano, e sorprendentemente più esigente: chiedersi che tipo di vita quella decisione avrebbe reso possibile. Non solo se fosse razionale, conveniente o ben argomentata, ma se fosse coerente con una direzione, con un modo di stare al mondo, con ciò che allora contava davvero, o stava iniziando a contare.

Una buona decisione non è quella giusta in valore assoluto.

È quella che, date le informazioni di quel momento, apre uno spazio in cui puoi crescere, assumerti la responsabilità delle conseguenze senza snaturarti.

Stai pensando di diventare freelance creativə?

Molte delle persone che affianco come business coach sono in stallo. Spesso si tratta di professionistə dipendenti, in gran parte laureatə, estremamente competenti e con una visione già delineata: hanno talento e grinta. Eppure, sentono che manca un pezzo del puzzle per fare il grande salto e passare al lavoro freelance.

Se ti riconosci in questa descrizione, posso aiutarti a fare chiarezza, capire se questa è la strada giusta per te e come raggiungere il successo che meriti.

Se vuoi approfondire o desideri sapere come possiamo lavorare insieme scrivimiinfo@fulviasilvestri.it

In una newsletter di qualche anno fa toccavo il tema della sindrome dell’impostore da un punto di vista particolare. Raccontavo di come Anna Codrea-Rado, autrice e podcaster, si fosse accorta di mettere in relazione la percezione corporea di sé – cioè, quello che vedeva quando si guardava allo specchio – con la valutazione dei suoi risultati sul lavoro.

“All’inizio di quest’anno ho pubblicato il mio primo libro e tutte le volte che qualcuno mi fa notare che devo esserne orgogliosa, dentro di me cresce una bolla di vergogna perché, beh, semplicemente non lo sono. Nel tentativo di liberarmi da quella sensazione, faccio di più. Lavoro di più. Mi sforzo di essere più produttiva. Quando scrivo tutto quello che ho fatto dall’inizio della pandemia – ho lanciato e pubblicato un libro, lanciato un premio mediatico, condotto due podcast – mi sento sopraffatta. L’unica cosa ancora più opprimente è che mi sento come se non avessi fatto nulla.”  Anna Codrea-Rado

Vale per tuttə noi: allo specchio e nel business, siamo portatə a vedere qualcosa di falsato.

Hai un corpo normale, ma lo vedi grasso.
Sul lavoro raggiungi buoni e magari ottimi risultati, ma per te non è ancora abbastanza.

È come se avessi una lente che storpia le cose, come quegli specchi che distorcono tutto. Il nostro occhio deforma quello che vede e lo giudica con eccessiva severità: sottolinea difetti e mancanze, mentre ignora pregi e successi. Anna Codrea-Rado lo chiama dismorfia della produttività, io lo vedo più come la sindrome dell’impostore. È un trappola (un bias), un pregiudizio, una deviazione dal ragionamento logico, che si manifesta quando non riusciamo a vedere il nostro vero valore.

Intendiamoci, non sono una psicologa e in questo articolo non tratterò l’argomento in termini di salute mentale, ti racconterò invece ciò che vedo spesso nei miei percorsi di business coaching: gli effetti dannosi della sindrome dell’impostore sull’attività di professionistə e freelance molto capaci.

Persone che non sono consapevoli della forza relativa alle abilità che hanno maturato attraverso le loro esperienze e che cadono nella convinzione di non essere (mai) sufficientemente preparate per accettare un incarico o per farsi pagare meglio per un loro prodotto o servizio.

Ti risuona?
Be’, parlerò di questo e anche di come sia possibile uscirne.
Ma prima vediamo cos’è la sindrome dell’impostore.

Cos’è la sindrome dell’impostore?

Qualche tempo fa, ho intervistato qui sul mio blog la psicoterapeuta Alessia Minniti a proposito di comunicazione efficace, assertività e anassertività: tutti temi strettamente legati proprio alla sindrome dell’impostore.

Alessia spiegava che, sebbene il nome possa trarre in inganno, in realtà la sindrome dell’impostore non è una patologia clinica, bensì una specifica condizione psicologica.

Chi ne soffre vive con la costante sensazione di essere un “bluff” e di non meritarsi il successo ottenuto. È un’esperienza interiore segnata dal dubbio cronico sulle proprie capacità, dove i traguardi raggiunti vengono percepiti come il frutto di un inganno, pur in presenza di prove oggettive del proprio valore.

Per l’impostore che abita queste persone è impossibile colmare il divario tra la percezione e i riconoscimenti effettivi, quindi è come se vivessero con l’obiettivo di mantenere elevate le loro prestazioni al solo scopo di evitare di essere smascheratə (e dimostrare tutta la loro inadeguatezza!), ma non con l’interesse di conseguire risultati.

“I sintomi” della sindrome dell’impostore

Più che di sintomi, dato che non si tratta di una patologia, possiamo parlare di tratti distintivi e il principale di questi è la tendenza a esternalizzare il successo. Invece di riconoscere le proprie competenze, la persona attribuisce i risultati positivi a fattori casuali come la fortuna, il tempismo favorevole o la benevolenza altrui. Questo crea un paradosso emotivo fatto di:

  • senso di colpa per i traguardi raggiunti
  • incapacità di interiorizzare i propri meriti
  • timore costante del giudizio e della valutazione degli altri
  • percezione di inadeguatezza professionale o accademica
  • paura di essere smascheratə come incompetentə
  • autosvalutazione e confronto continuo con gli altri
  • perfezionismo eccessivo e procrastinazione

Chi è più colpitə dalla sindrome dell’impostore?

Della sindrome dell’impostore parlano alla fine degli anni ‘70 le psicologhe Pauline Rose Clance e Suzanne Imes, definendola come l’incapacità di interiorizzare l’essere meritevole del successo personale e dei risultati positivi raggiunti. Inizialmente osservarono il fenomeno in un campione di donne in carriera che non si sentivano all’altezza dei loro ruoli prestigiosi.

Sebbene i primi studi si focalizzassero sulla popolazione femminile, oggi sappiamo che questa condizione è trasversale. Colpisce indistintamente persone di ogni genere, ma si manifesta con particolare frequenza tra quelle molto competenti nel loro lavoro e che ricoprono posizioni di grande responsabilità.

Tra queste – e nel mio piccolo posso confermarlo grazie all’esperienza quotidiana di business coach – ci sono anche moltə creativə e professionistə con una brillante carriera.

Qual è l’opposto della sindrome dell’impostore? L’Effetto Dunning-Kruger

È affascinante notare come la sindrome dell’impostore si collochi all’estremo opposto di un altro fenomeno psicologico: l’effetto Dunning-Kruger. In questo secondo caso, individui con scarse competenze tendono a sopravvalutare enormemente le loro abilità, perché non hanno acquisito le strategie metacognitive che aiutano a riconoscere i propri limiti.

L’aspetto ironico e amaro è che questi due fenomeni sembrano alimentarsi a vicenda: chi soffre della sindrome dell’impostore possiede spesso un’alta consapevolezza che, paradossalmente, gli o le impedisce di cadere nell’eccessiva sicurezza tipica di chi subisce l’effetto Dunning-Kruger, finendo però per sottostimarsi drasticamente.

“È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza.” Socrate

Quali sono le cause della sindrome dell’impostore?

Nell’intervista, la psicoterapeuta Alessia Minniti ricordava che le origini di questo disagio sono profonde e possono derivare da:

  1. Ambiente familiare
    Crescere in un contesto dominato da standard elevati, critiche frequenti, eccessivo controllo e scarso supporto emotivo può gettare le basi per una futura insicurezza
  2. Fattori individuali
    Una bassa autostima, unita al perfezionismo e alla tendenza a esperimentare soprattutto emozioni spiacevoli, rende la persona più vulnerabile
  3. Ambiente sociale
    Viviamo in una società iper-performativa che esalta il successo e incoraggia il confronto costante

L’uso dei social media amplifica questa dinamica, mentre stereotipi e pregiudizi continuano a esercitare una pressione invisibile e potente su tuttə noi.

A questo proposito potrebbe interessarti leggere anche i miei consigli su come superare la paura di esporsi sui social.

Perché la sindrome dell’impostore colpisce moltə professionistə e freelancə?

La sindrome dell’impostore è frequente tra freelance e liberə professionistə per diversi motivi: caratteristiche personali, storia familiare, pressioni sociali. A questi, secondo me, si aggiungono due fattori a cui spesso non si pensa: i freelance sono persone naturalmente portate a riconoscersi nella loro attività, che lavorano in solitudine.

Freelance e business sono un tutt’uno

Se sei freelance lo sai: un’azienda è una cosa, una ditta individuale è un’altra. A differenza di un imprenditore, non puoi contare su altre persone. Devi fare tutto in autonomia: il tuo lavoro vero e il resto (l’amministrazione, la gestione del cliente, la promozione…) a meno che tu non decida di delegare qualcosa. Ma anche delegando, il peso mentale di controllare e monitorare i risultati resta in capo a te. La tua attività è un’estensione di chi sei, dei tuoi valori, della tua postura nel mondo e nel mercato. La verità è che per i solopreneur – che ne siano consapevoli o meno – persona e il business sono un tutt’uno, sia nei punti di forza che nelle bucce di banana:

  • i punti di forza sono i talenti, le capacità, l’unicità che ciascuno di noi ha (quelli che io chiamo superpoteri)
  • le bucce di banana sono le convinzioni limitanti, quei pregiudizi invisibili che ci impediscono di cogliere le occasioni e ci intrappolano in schemi mentali rigidi e auto sabotanti

A questo si aggiunge la condizione stessa del lavoro freelance, che implica una certa dose di isolamento.

Solitudine del freelance e pensieri intrusivi

Nella maggior parte dei casi, chi è freelance lavora da solə ed è immersə in un dialogo costante con sé stessə che, trasformandosi in rimuginio di fondo, alimenta l’auto sabotaggio. Nuovi servizi, sito web, social: ogni iniziativa viene minuziosamente analizzata, soppesata, paragonata a quella dei concorrenti, in un processo interiore che si conclude, in molti casi, con la paralisi.

“Piuttosto che fare, è meglio non fare. Di certo non sbaglio…” si pensa.

Capita anche a te?

Rimugini troppo anche tu?

Prova a mettere a fuoco i tuoi pensieri:

  • Cosa ti racconti quando familiari e amici sono in ufficio o a scuola e tu sei solə col tuo lavoro?
  • Come ti percepisci?
  • Che parole usi per parlare di te e del tuo lavoro?

Se l’unica voce che resta è il tuo critico interiore, la solitudine diventa la cassa di risonanza della narrazione che fai di te: se è positiva, alimenterà i pensieri positivi, se è negativa, quelli negativi. Un cortocircuito di inadeguatezza che danneggia la tua autostima e anche il tuo business.

Come la sindrome dell’impostore sta ostacolando il tuo business

La sindrome dell’impostore, in genere, comporta un forte perfezionismo, paura del fallimento e del giudizio degli altri e innesca quello che chiamo la paragonite. È un mio modo informale di descrivere un comportamento, molto comune nell’era social, di continuo raffronto con gli altri, con alcune sfumature tossiche.

La paragonite infatti ci induce a imitare i modelli che reputiamo vincenti, ad esempio quelli che ottengono consensi in termini di seguito, piuttosto che concedere fiducia alle nostre opinioni e investire nelle nostre idee.

Se a questo aggiungiamo il fatto che, per unə liberə professionista o unə freelance, il lavoro è sia ciò che fa, sia cioè che è, l’effetto può essere realmente destabilizzante:

  • quando comunica – se comunica – lo fa copiando ciò che fanno gli altri
  • segue il trend, non la sua esperienza, perché non ha abbastanza fiducia nel suo intuito
  • si svaluta, si mette sempre in discussione, procrastina

Ti riconosci?
Hai mai pensato che forse è proprio per questo che non riesci a ottenere migliori risultati nel business?

Come in una profezia che si autoavvera, se senti di non meritare il successo, di certo faticherai a:

  • Chiedere il giusto prezzo per i tuoi servizi
    Ti piegherai alla tariffa meh! Quella che magari applica chi ha meno esperienza e competenza e che non ti fa battere il cuore, ma ti tiene al sicuro. Perché, in fondo, pensi che tu non meriti di chiedere di più, giusto?
  • Far valere il tuo punto di vista con assertività
    Ti ritroverai a ingoiare rospi, a non saper rispondere alle minacce e alle pretese di un cliente difficile, sopportando situazioni inaccettabili, pur di lavorare. E piano piano, ti ritroverai a perdere il senso di ciò che fai e la motivazione per portare avanti il tuo business.
  • Promuoverti online e offline
    Perché la paura del giudizio degli altri – e di sembrare spacconə – ti paralizzerà sempre. Intanto professionistə meno espertə e capaci di te si faranno conoscere e forse prenderanno proprio i clienti con cui vorresti collaborare tu.

Sono scenari reali. Li ho visti accadere troppe volte.

Uno spreco di talento, di possibilità e di potenziale fatturato in più!

Perché riconoscere il tuo valore – anche economico -, relazionarti con efficacia e farti conoscere grazie al personal branding sono requisiti indispensabili per avere un’attività profittevole.

Strategie per superare la sindrome dell’impostore nel business

Parto facendo una premessa: se ti senti bloccatə in un rimuginio di pensieri che ti paralizzano, prima di pensare alla tua attività professionale o di freelance, dovresti capire cosa li innesca. Parlare con unə psicologə può aiutarti a decostruire schemi di pensiero radicati e a guardare le cose con occhi diversi.

Una volta sciolti questi nodi, allora sì, puoi fare molto per cambiare il tuo approccio al lavoro e nel lavoro, anche grazie al business coaching.

Riconoscere e celebrare i successi

Nel coaching si toccano tutti gli aspetti pratici legati all’attività in proprio:

E, prima ancora, si entra nell’impalpabile:

  • qual è la tua idea di successo
  • quali sono i tuoi valori
  • cosa ti muove
  • cosa racconti a te stessə in camera caritatis
  • come riconoscere e celebrare i tuoi risultati

Nei miei percorsi di coaching, per esempio, lavoro su come:

  • migliorare il dialogo interiore, per imparare a distinguere i fatti (i risultati) dai pensieri disfunzionali (la paura di essere smascheratə)
  • imparare a riconoscere i successi e tenerne traccia, per evitare di dimenticarli un secondo dopo averli raggiunti (per esempio, iniziando a tenere un diario delle vittorie, dove scrivere traguardi, recensioni positive, problemi risolti)
  • dare il giusto peso agli errori che inevitabilmente possono capitare nel business

E quest’ultimo è davvero un punto importante.

Normalizzare gli errori

Diciamocelo, nella nostra cultura, l’errore è visto come un fallimento. Ma nel mondo delle startup è una specie di totem. Si parla addirittura di cultura dell’errore, che è perseguito come un vero e proprio metodo.

In una delle mie newsletter di qualche anno fa, condividevo un pensiero importante di Max Beerbohm, scrittore e caricaturista inglese (che a un certo punto della sua vita, ho scoperto, si è trasferito in Italia): «Il fallimento è molto più interessante del successo».

A proposito, se mi leggi per la prima volta, forse non sai che è proprio nella mia newsletter che condivido le riflessioni più profonde e intime (quelle che trovi riportate in questo articolo, ne sono un esempio), se ti va di leggerle, qui trovi il link per iscriverti 😉

Le innovazioni avvengono per trials and errors. Lo sanno gli startupper e gli scienziati, per cui il fallimento vale tanto quanto la riuscita: tutto concorre all’esperimento. Lo sa chi ha fatto pace con quella grossa quota di esperienza che sono gli sbagli: la vita, infatti, è un continuo laboratorio di successi e insuccessi. Come dice Yotobi nel suo TEDx a Barletta, Fallire è la cosa più bella che possa capitarci (se solo riuscissimo a normalizzarlo e accettarlo).

La sindrome del fallito e la sindrome dell’impostore sono in mezzo al sandwich del cervello chiamato pipponi mentali” Karim Musa aka Yotobi, uno degli youtuber italiani più genuini di sempre

Forse è il momento di iniziare ad amare i tuoi sbagli e a coltivarli come qualcosa di prezioso. Per fare spazio a quest’area più libera e creativa della tua vita, ti lascio cinque consigli:

  1. Non confondere i fallimenti con il tuo valore personale. Sono due entità diverse: un conto è chi sei, un altro ciò che realizzi nella vita. Tu vali a prescindere dai tuoi risultati, errori o successi che siano.
  2. Considera gli errori necessari all’apprendimento e al tuo miglioramento personale. Se vinci subito, senza aver mai sbagliato, quello non è successo, è cu-o. Può aiutare, ma non insegna niente.
  3. Non permettere alla paura di sbagliare di paralizzarti e di castrare la tua iniziativa. Quello sì, sarebbe un vero errore. Le persone di successo lo sono perché accettano il rischio di fallire e sono semplicemente più allenate nel processo.
  4. Solleva lo sguardo, rendilo più panoramico. Più vedi un errore dall’alto e lo inserisci in un contesto più ampio, più ti sembrerà un elemento naturale, fisiologico della tua storia, quasi un ingranaggio che ti porta altrove (in tanti casi è un bene).
  5. Ricordati l’etimo o chiama i tuoi sbagli in un altro modo. Errore viene da errare, cioè, vagare, girare, esplorare. Se ti impedisci di sbagliare, ti vieti anche di viaggiare e scoprire: un peccato, vero? Oppure puoi chiamarli feedback. Sono i feedback che la vita ti dà: sta a te coglierli, quando riprendi il passo.

Io penso che sbagliare sia importante quanto essere felici, anzi sia importante per essere felici.

Evitare i confronti tossici e circondarsi delle persone giuste

Un altro aspetto importante su cui lavorare per contenere gli effetti della sindrome dell’impostore nel business è sempre lei: la paragonite, la tendenza a paragonarti continuamente con modelli che reputi vincenti ma che, se li guardi bene da vicino, in realtà, sono molto lontani da te, magari perché quelle persone fanno altro o hanno iniziato prima. Infatti, un conto è sapere chi sono i tuoi concorrenti – è necessario nel business – un altro è non perderne neanche una mossa e imitarli. Perché così ti impedisci di concentrarti sulla tua evoluzione.

Delle due, è molto meglio costruire un networking efficace. Circondati di persone che stimi e che condividono i tuoi valori. Sono quelle con cui puoi costruire partnership e capire finalmente cosa puoi portare in un progetto, proprio grazie alla tua competenza ed esperienza.

Questa è un’altra cosa in cui credo molto: l’importanza della condivisione. Perché quello che pensi e che fai, perfino quello che sei, ha senso solo se ti confronti con gli altri.

Happiness is only real when shared. (La felicità è reale solo se condivisa). Da Into the wild – Nelle terre selvagge

Non vale solo per i sentimenti, ma anche per le competenze, le idee e persino i contatti: se non li condividiamo, il loro frutto sarà molto limitato. Se invece li mettiamo in circolo, ci torneranno moltiplicati. Oggi questo è uno dei capisaldi del mio stile di vita e di lavoro.

Insomma, la tua consapevolezza dipende anche dagli altri.

E se ti dicono spesso che sei in gamba, credici. 🙂

H2. Ti aiuto a superare la sindrome dell’impostore nel business

La difesa più potente contro la sindrome dell’impostore nel business è la chiarezza. Ed è il motivo per cui, nei miei percorsi di business coaching, parto sempre da qui. Insieme mettiamo a fuoco la tua missione, la tua visione e i tuoi valori, scriviamo nero su bianco i tuoi talenti e i tuoi obiettivi. Tracciamo la direzione da seguire per vivere più felicemente il tuo business e mettiamo a tacere quella vocina che non ti fa mai sentire abbastanza 😊

Se vuoi approfondire o desideri sapere come possiamo lavorare insieme scrivimiinfo@fulviasilvestri.it

“Ho paura di espormi online, i social mi terrorizzano. E se mia suocera, le mie amiche, i miei ex colleghi mi giudicassero? Sono sempre pronti a spettegolare… dovrei mettere in piazza la mia vita privata, pubblicare continuamente… e poi sembrerei poco professionale. No, no, no, Fulvia, non chiedermi di aprire una pagina Instagram, perché tanto non lo farò!”

Una professionista molto capace mi ha detto così proprio ieri, di punto in bianco. Sembrava covare questo pensiero da un po’ – nelle sessioni di mentoring precedenti, avevamo parlato di modello di business e di personal branding, quindi mi aspettavo di toccare la questione di lì a poco – ma le sue parole mi hanno colpita più del previsto.

Non girano certo intorno alle cose.

Paura, pregiudizi e lo spettro del “cosa ne penseranno gli altri”: è la triade che paralizza e innesca la procrastinazione.

Sono anche le tre bucce di banana che incontro regolarmente nelle mie sessioni di business coaching. Nascono da bias e storture del nostro pensiero (le abbiamo tuttə): ci fanno stare male, ci fanno rimuginare e ci allontanano dai risultati che potremmo ottenere, perché incidono in modo rilevante sulla nostra attività e sulla nostra carriera.

Ci possiamo lavorare?

Certamente. La paura di esporsi online – e soprattutto sui social – si può superare, ma prima serve capire cosa la innesca.

Perché hai paura di esporti (soprattutto sui social)?

Nei miei percorsi di mentoring e di formazione, incontro tutti i giorni delle persone – uomini e donne – con delle qualità, un’esperienza e un background incredibili. Eppure, c’è sempre qualche trappola mentale, sovrastruttura o convinzione limitante, che impedisce loro di raggiungere risultati con facilità.

Sono quelle vocine che dicono: “Ma tu, da quale pulpito parli?”

Queste paure possono essere diverse da persona a persona, alcune sono più evidenti, altre piuttosto subdole. Ecco quelle che incontro più spesso e da cosa nascono.

Paura di sembrare spacconə e altri pregiudizi

Premetto che sì, è vero, in giro c’è tanta spacconaggine, soprattutto nel mondo del business coaching e non solo (diciamo che, in genere, chi lavora nella comunicazione e nel marketing, spesso, ha un approccio abbastanza aggressivo e non sempre ortodosso).

Ma non è di questo atteggiamento che voglio parlarti ora. Infatti, di solito, il pensiero di apparire spacconə è più profondo e nasce a causa di un duplice pregiudizio. Da un lato, si teme di non avere le carte per promuoversi online e dall’altro, sotto sotto, si cova questo pensiero:

“Vendere è una cosa brutta e sporca, se parlassi del mio lavoro sui social, sminuirei la mia professionalità e sembrerei un venditore porta a porta. Chi si promuove online è un fuffaguru. Preferisco continuare col passaparola, è più serio.”

Ma siamo sicurə che sia davvero così? Si tratta di una classica convinzione limitante, legata a una percezione distorta di cosa siano realmente la comunicazione, il marketing e la vendita. È anche un retaggio culturale e sociale difficile da scardinare. La verità è che, lavorando bene sul nostro personal branding – quindi sul marketing e sulla comunicazione, su tutti i canali, compresi i social –, non avremo bisogno di vendere, perché saranno le persone più allineate a noi a contattarci.

A questo proposito, potrebbe interessarti leggere: Personal branding per freelance e creativi: come distinguerti in un mercato affollato

2 – Sindrome dell’impostore: cos’è e cosa dice la psicologia

La sindrome dell’impostore è la paura di sentirsi inadeguatə, di non essere all’altezza: è quel nemico nascosto che ci porta a pensare “Non ho abbastanza competenze” oppure “Non ce la faccio ancora, devo studiare e prepararmi, prima di poter parlare di questo”.

È un tema che mi sta molto a cuore e che ho toccato anche nell’intervista alla psicoterapeuta Alessia Minniti, perché lo ritrovo spessissimo, soprattutto tra professionistə di grande competenza ed esperienza. Nella nostra chiacchierata, Alessia spiegava che la sindrome dell’impostore non è una condizione psicopatologica, ma piuttosto è uno stato mentale in cui la persona si sente una truffatrice, pensa di aver imbrogliato e dubita dei propri successi nonostante sia evidente il contrario. Chi vive questa condizione tende ad attribuire i propri risultati a fattori esterni (la fortuna, il caso, la tempistica giusta…) e non alle proprie capacità e competenze. È quindi un insieme di:

  • senso di colpa per i traguardi raggiunti
  • mancanza di riconoscimento dei propri successi
  • paura di essere valutatə
  • sentimenti di indegnità e inefficienza

La sindrome dell’impostore può avere molte cause. Tra queste, sicuramente c’è la pressione sociale che ci vorrebbe tuttə iperperformanti e che ci espone quotidianamente al confronto con le altre persone e con i loro successi. Ed è evidente che i social sono un terreno di comparazione molto pericoloso, dato che propongono modelli stereotipati e inarrivabili.

Perché, diciamocelo, sono poche le persone davvero disposte a raccontare i propri fallimenti online…

3 – Paura del giudizio degli altri e di alcune persone in particolare

La paura del giudizio è un’altra di quelle bucce di banana che impedisce a tantə di esporsi online e sui social. In questo caso, la vocina dentro di noi, neanche troppo nascosta, ci ripete: “Cosa penseranno gli altri di me?”

Ti risuona?

Forse hai fatto da poco un cambiamento professionale e magari ti stai chiedendo se in questa nuova veste le persone ti stimeranno ancora: i tuoi parenti, i tuoi vicini di casa, i tuoi colleghi, le amiche… cosa penseranno di te mentre parli in un reel di Instagram o commentando su LinkedIn?

Spoiler: in genere le persone non pensano quasi nulla.
Guardano e magari si dicono: “Toh! Si è messə a fare questo.”

Poi, in realtà, a loro non interessa più di tanto ciò che fai. Questa, secondo me, è veramente una pippa mentale. Ma noi la percepiamo come un grosso problema e quindi è giusto che ne parliamo e la affrontiamo con un professionista, che può essere uno psicologo psicoterapeuta e, nell’ambito lavorativo, con un business coach, per esempio.

E poi, certo, ci sono i leoni da tastiera. Quelli sono ovunque online. Ma di solito fanno così: arrivano, ti scaricano addosso la loro frustrazione e il loro veleno, poi, se non ricevono risposta o se la risposta arriva, ma è assertiva, passano oltre.

Non hanno interesse a un vero contraddittorio, ma solo a mettere in luce loro stessə. Quindi non meritano la nostra attenzione e neanche le nostre ansie (e poi si possono sempre bloccare 😉).

Seguono a ruota altre paure, che possono essere quella di non farcela, di ritrovarsi sotto un ponte o di fallire.

4 – Paura di finire sotto un ponte o di fallire

La paura di finire sotto un ponte ce l’abbiamo tuttə. Il pensiero è più o meno questo: “Se investissi tanto, economicamente ed emotivamente, nella mia promozione online, e poi andasse tutto a rotoli, cosa farei?”

Be’, è il rischio di mercato: chi decide di diventare freelance sa di dover fare i conti con questa possibilità. E anche chi lavora come dipendente non ne è immune. Ma, dal momento che è un rischio che tuttə noi corriamo, non è più sensato provarci? Quanto meno possiamo dire di aver fatto del nostro meglio e in caso di fallimento, reale o percepito, non avremo rimpianti.

5 – Paura di farcela (parliamo di autosabotaggio)

Può sembrare strano, ma alcune persone temono di farcela e questa è una paura molto subdola perché ha a che fare con un autosabotaggio. In questo caso, noi pensiamo o di non essere meritevoli di quel successo o semplicemente non vogliamo raggiungerlo. Non ci sentiamo prontə a uscire da una zona di comfort – che spesso non riguarda solo noi, ma riguarda le persone intorno a noi – e quindi decidiamo di auto sabotarci e di non fare quel cambiamento o anche solo quel lancio, quella proposta di un nuovo servizio, che ci farebbe raggiungere il successo che meritiamo.

A volte le paure si manifestano anche nelle cose più piccole.

Tutte queste paure hanno una causa comune

Le paure che abbiamo visto finora – che possono diventare invalidanti per la nostra carriera o per il nostro business – hanno un fil rouge comune: l’incapacità di riuscire a riconoscere il proprio valore.

Chi le prova non sa quali abilità e conoscenze possiede. Non le percepisce e quindi non riesce a vedere neanche i risultati ottenuti. E quando li vede, li attribuisce a qualcosa che è al di fuori di lui o di lei. Si dice: “È stato un caso, una fortuna oppure sono gli altri che mi stanno sopravvalutando…”

Quindi il suo approccio è quello di cercare di nascondere la sua inadeguatezza, per paura che gli altri se ne accorgano, e di iniziare a guardare chi si espone con occhio critico.

Si innesca la dinamica che io chiamo paragonite, quel comportamento che molto spesso ritroviamo nei social – ma che non riguarda solo ed esclusivamente i social – in cui ci paragoniamo ad altri modelli, che noi reputiamo vincenti, ma che non sono vicini a noi.

Non sono vicini perché, per esempio, le persone con cui ci confrontiamo fanno tutt’altro o hanno iniziato prima di noi. E magari non sono neanche i modelli che davvero vorremmo raggiungere.

Ma poi finiamo per paragonarci a loro, giudicarli e… rosicare.

Giudichiamo e (spesso) rosichiamo pure…

Ricordiamoci che, quando si ha paura del giudizio degli altri, spesso è perché noi per primə siamo molto giudicanti. Quindi, se hai paura del giudizio altrui, vuol dire che anche tu, molto probabilmente, sei una persona critica e giudicante. Prova a riflettere su questo.

In ogni caso, nel momento in cui ci paragoniamo a dei modelli che non sono adeguati, cosa succede? Scatta in noi il pensiero di sembrare inappropriatə, non all’altezza, di non essere sufficientemente prontə per affrontare quel tema o quel pubblico online.

E sotto sotto coviamo invidia.

Anche se non c’è una prova documentale da citare per dimostrarlo, l’invidia esiste ed è diffusa, ma è un’emozione sommersa, quasi clandestina. Conosco persone che parlano apertamente delle proprie difficoltà con l’invidia, ma la maggior parte la tiene sotto il tappeto, come faccio io con la polvere, così almeno la casa sembra in ordine.

Ammettere di essere invidiosə incrina l’immagine che abbiamo di noi, anche perché l’invidia è socialmente poco digerita. E un’emozione che ti fa vergognare, puoi disinnescarla – o almeno illuderti di farlo – solo tacendola.

L’invidia al tempo dei social e come disinnescarla

Viviamo immersi in una vetrina di eccezioni che sembrano normalità. E quando misuri la tua quotidianità con l’eccezionalità altrui, l’invidia è praticamente inevitabile. Quindi, se ti ritrovi spesso a rosicare guardando il feed di Instagram altrui, ricorda che:

1 – I social (e non solo quelli) mostrano soprattutto successi
Di solito, non vedi la vita normale delle persone, ma le loro vette: risultati eccellenti, momenti speciali, trasformazioni personali che non capitano tutti i giorni.

2 – Sui social l’eccezione sembra la norma
Il tuo feed è pieno di persone che ce l’hanno fatta? Anche se ti sembra che tuttə siano sempre un passo avanti a te, migliori della media e vincenti, non è così.

3 – Non è la realtà: è il risultato di un algoritmo
I social non mostrano ciò che è statisticamente rappresentativo della vita vera. Mostrano ciò che attira l’attenzione, cioè i picchi: successi, bellezza, status, novità.

4 – Ti confronti con le statistiche sbagliate
Stai paragonando la tua quotidianità con una selezione continua della migliore versione della vita altrui. È come paragonare un tuo intero anno al “best of” degli altri. Come puoi reggere il confronto?

Questo meccanismo distorto alimenta l’invidia.

E l’invidia aumenta la paura di esporsi online e sui social.

Come uscire da questo circolo vizioso?

Come superare la paura di esporsi online e sui social

La paura di esporsi online e sui social ha un impatto importante sia sulla vita e le opportunità di chi è freelance sia su chi è dipendente e usa i canali online – penso soprattutto a LinkedIn – per mostrare la sua competenza e professionalità. In entrambi i casi, va da sé che è qualcosa su cui bisogna giocoforza lavorare.

Ti stai chiedendo come?

Vediamo quali strategie adottare per uscire da questo loop di paura e immobilismo.

Traccia la mappa delle tue competenze e dei tuoi punti di forza

Sicuramente è fondamentale tracciare la mappa delle tue competenze e conoscenze, dei tuoi punti di forza e dei tuoi comportamenti virtuosi, cioè di tutte le aree forti della tua personalità. Perché ricostruire il valore delle tue esperienze, dei tuoi risultati e delle conferme che hai ottenuto è il punto di partenza per avere più fiducia in te e nelle tue capacità.

Tuttə nella vita abbiamo ottenuto dei successi e abbiamo raggiunto dei traguardi che magari non sono finiti sulle copertine dei giornali, ma sono stati importanti per noi. Sono le cose di cui ancora oggi ci ricordiamo con orgoglio, con piacere, che hanno costruito la nostra storia.

Quindi è importantissimo ripercorrere i tuoi successi: ti aiuterà a comprendere bene qual è la tua area di genio e quali sono stati gli elementi che ti hanno aiutatə tutte le volte in cui hai raggiunto quei traguardi. Io li chiamo i superpoteri: quali sono i tuoi?

Metti nero su bianco la tua visione

Un altro aspetto da cui partire è definire la tua visione. Cosa ti guida? Perché tuttə abbiamo bisogno di trovare il nostro scopo e avere consapevolezza delle nostre idee, della nostra battaglia e della nostra missione. Se abbiamo delle idee e delle opinioni, ma anche dei sentimenti e delle emozioni forti, in cui crediamo fermamente e che sentiamo nostri, nessuno ce li potrà contestare.

Neanche il più agguerrito leone da tastiera potrà scalfire il tuo pensiero, se ci credi fino in fondo.

È qualcosa che senti davvero tuo e quindi non ti farà mai sentire un impostorə, perché non stai ripetendo a pappagallo quello che dicono o che scrivono gli altri sui social.

Tutto questo è un bagaglio di esperienze. È qualcosa che appartiene solo a te e non a qualcun altro, e che ha a che fare sempre con due grandi domande esistenziali: chi sono e cosa voglio fare?

Poi, chiaramente, va tutto messo in relazione con gli altri, perché non dimentichiamoci che noi non siamo isole.

Se vuoi confrontarti con gli altri va bene, ma almeno fallo con le persone giuste

Dobbiamo relazionarci tutti i giorni e tutto il giorno, con altre persone. Attenzione però a farlo con quelle giuste. Per esempio, se sei freelance, non devi relazionarti con tua moglie o con tuo marito, che magari si occupa di tutt’altro, con i tuoi ex colleghi, i vicini di casa o magari anche con la tua migliore amica, che però lavora in Comune.

Non è con loro che devi relazionarti per un consiglio, perché non sanno quali sono i problemi di chi è freelance e si trova a gestire la comunicazione, un lancio, un cliente che non paga una fattura. Le persone giuste sono quelle con cui possiamo costruire delle collaborazioni, delle partnership, quelle con le quali possiamo condividere dubbi e problemi comuni.

Questo ci aiuta a togliere un po’ di macigni dal cuore e a sentirci un pochino più leggerə e in connessione. Può essere il primo passo per comunicare sui social, sapendo di poter contare su una rete di persone che ci capiscono e ci sostengono, con cui dialogare e che possono aiutarci, nel caso in cui arrivassero dei commenti negativi.

E poi, spoiler: fare networking serve anche a costruire una rete di follower sui social, persone che condividono i tuoi valori e che ti aiuteranno a vivere questi ambienti con meno remore. 😉

Posso aiutarti a superare la paura di esporti online

Forse sei freelance e ti stai chiedendo come superare la paura di mostrarti su Instagram. O magari sei dipendente e vuoi cambiare lavoro: stai pensando che iniziare a dire la tua su LinkedIn potrebbe aiutarti ad attirare l’attenzione di aziende interessanti per te.

Ma qualcosa ti blocca. Non sai cosa dire, non ti senti a tuo agio, hai paura di sembrare inadeguatə. Posso aiutarti.

Insieme, partiamo dai tuoi punti di forza, dai tuoi valori e dalla tua esperienza, per definire chi sei oggi, cosa fai e cosa puoi portare di utile e di valore nel mondo. Lavoreremo per sciogliere le resistenze che ti impediscono di vedere la tua unicità, e ti stanno togliendo la possibilità di aiutare le persone che hanno davvero bisogno di te.

Scrivimi a info@fulviasilvestri.it

Fine anno, tempo di bilanci. Ormai ci siamo arrivatə tuttə. È il momento in cui noi freelance e liberə professionistə facciamo i conti con le nostre speranze, i nostri investimenti e la realtà. Spesso è proprio a ridosso del Natale che ci guardiamo indietro e ci diciamo: avrei dovuto aumentare i prezzi. Capita anche a te?

Forse, proprio ora, stai pensando:

  • la fatica non è valsa lo sforzo, troppo lavoro per un fatturato… meh!
  • il mio fatturato è più o meno quello di sempre e non riesco a scalare
  • sono bloccatə a una cifra che non mi fa battere il cuore, è la stessa insipida minestra che ingoio tutti gli anni

Così, il lavoro diventa usurante, i nuovi incarichi perdono di attrattiva e tu senti di coltivare un business molto meno soddisfacente di quello che avevi immaginato diventando freelance.

Se questa descrizione ti risuona, è arrivato il momento di rivedere qualcosa che finora non avevi considerato. Potrebbe essere il tuo modello di business, il tipo di clienti con cui lavorare o un upgrade della tua offerta, che le persone sono disposte a pagare di più.

In tutti i casi, si tratta di ridare valore alla tua attività.
E il valore passa anche dai prezzi che scegli di applicare.

In questo articolo, ho raccolto alcuni consigli per aumentarli senza perdere clienti (e senza snaturarti).

I prezzi riflettono il valore di un servizio: qual è il tuo?

I prezzi riflettono il valore del tuo lavoro e soprattutto di te, come professionista.

Se sono gli stessi di qualche anno fa, forse non rappresentano davvero ciò che puoi offrire oggi ai tuoi clienti. Da allora, hai acquisito nuove competenze, seguito diversi progetti, risolto problemi e portato risultati? È arrivato il momento di alzare.

Certo, non puoi aumentare i prezzi all’infinito, ma adeguarli a chi sei oggi, sì.

E qui arriva la vera domanda scomoda: chi sei oggi e qual è il tuo valore?
Se tu per primə non riesci a capirlo e a raccontarlo, sarà molto difficile che i tuoi clienti lo facciano per te. Lo vedo sempre nei miei percorsi di coaching con liberə professionistə, freelance, dipendenti e in generale, persone in transizione nella loro vita lavorativa:

  • se sei consapevole dell’importanza di ciò che fai, non ti sottovaluti e non ti svilisci
  • e di conseguenza, aumentare i prezzi e negoziare a tuo favore in una trattativa diventa molto più semplice

Il problema è che spesso ci raccontiamo anche peggio di come ci vediamo realmente.
Viviamo una vita infelice e al ribasso: il risultato è che gli altri ci credono e ci crediamo anche noi!

Il primo passo per ottenere risultati migliori anche nel business è proprio cambiare la narrazione che hai di te, lavorando sulla tua autostima e autoefficacia (puoi farlo con l’aiuto di un professionista della salute come uno psicologo o uno psicoterapeuta e poi, in un secondo momento, anche con un business coach).

La buona notizia è che imparare a darsi valore è una competenza che si può allenare e che aiuta in tutti gli ambiti della vita.

Sciolto questo nodo, diventa molto più semplice affrontare e superare gli altri ostacoli che ti impediscono di aumentare i prezzi, primo fra tutti la paura.

Perché hai paura di alzare i prezzi?

Partiamo da una verità: sotto sotto, tuttə, anche le persone apparentemente più spaccone, hanno paura di aumentare i prezzi. Perché alzare vuol dire rischiare di perdere clienti, occasioni, collaborazioni… Alcuni vivono il rischio con meno ansia, altrə di più. E se sei qui, forse appartieni a questa seconda categoria?

La tua paura da dove nasce?
Provo a fare delle ipotesi.

Pensi di non meritare guadagni più alti (cioè, vivi la sindrome dell’impostore)

Pensi di non meritarti di guadagnare di più ed è per questo che resti ancoratə ai soliti prezzi. Attenzione, perché qui è la sindrome dell’impostore a parlare per te, cioè quello stato mentale nel quale la persona si sente una truffatrice, pensa di aver imbrogliato e dubita dei propri successi nonostante l’evidenza del contrario. Tende ad attribuirli a fattori esterni (la fortuna, la tempistica giusta, ecc.) piuttosto che interni (le proprie capacità e competenze). Come vedi, torniamo al concetto di darsi il giusto valore e a saperlo raccontare.

Puoi lavorarci con le tecniche per:

  • uscire dall’auto-sabotaggio, individuando le situazioni in cui ti sminuisci o ti tiri indietro anche quando hai tutte le carte in regola per avere successo
  • sviluppare un dialogo interno potenziante, cioè, imparare a riconoscere la voce critica dentro di te e rispondere con pensieri realistici e incoraggianti

Prova a porti alcune domande per capire se la tua paura di alzare i prezzi nasce da qui:

  • Quando ricevi un complimento o un feedback positivo, riesci davvero a crederci?
  • Ti capita di pensare che “chiunque potrebbe fare quello che fai tu”?
  • Tendi a sottovalutare il tuo percorso o le tue competenze perché non ti sembrano “abbastanza”?
  • Quanto ti senti a tuo agio nel parlare di soldi e nel chiedere una cifra che rifletta il tuo valore?
  • Se un cliente ti dice che i tuoi prezzi sono alti, lo vivi come una critica personale o come una normale obiezione da gestire?

Riconoscere questi meccanismi è il primo passo per disinnescarli. Ma per superarli davvero, serve lavorare in profondità su autostima, identità professionale e percezione del proprio valore – anche con l’aiuto di un terapeuta. Vuoi approfondire? Ti consiglio di leggere la mia intervista alla psicoterapeuta Alessia Minniti, in cui parliamo proprio di sindrome dell’impostore, comunicazione efficace e assertività.

Hai paura che i clienti passino alla concorrenza

Una delle paure più diffuse quando si valuta di alzare i prezzi è legata a questo pensiero: “E se poi i clienti vanno altrove?”. Legittimo. Ma prova a metterti nei panni dei tuoi clienti. Pensa a come reagiresti in queste situazioni:

• Se unə professionista di cui ti fidi ti comunicasse con largo anticipo che dal 2026 il prezzo della sua consulenza passerà da 150 a 250 euro, come ti sentiresti: traditə, arriabbiatə, perplessə?
Probabilmente saresti dispostə a pagare quella cifra in più, perché è una persona che conosci e di cui percepisci il valore, giusto?
Diversamente, se si trattasse di qualcuno che hai incontrato solo una volta o di sfuggita sui social, l’aumento di prezzo potrebbe farti desistere.
Ancora, se non è ben chiaro il valore di ciò che offre – cioè, i vantaggi per te – sono sicura che faticheresti ad accettare il suo preventivo.

➡ Quindi, se non evidenzi chiaramente il tuo perché, i clienti si concentreranno solo sul fatto che il tuo il preventivo è più caro. Allora sì, probabilmente si guarderanno intorno alla ricerca di altri professionisti.

• Compreresti una borsa costosa in un negozio sporco, con la saracinesca abbassata e senza recensioni? Penso proprio di no. Lo stesso vale per i tuoi servizi.
Se tu per primə non sei convintə che siano di valore e non costruisci intorno al tuo brand una comunicazione coerente con chi sei, se non pubblichi recensioni e casi studio che dimostrano il tuo approccio, quale sarà la percezione dei tuoi potenziali clienti?

Prima di alzare i prezzi, è importante documentare i risultati e raccogliere testimonianze che aumentano il valore percepito del tuo servizio.

• Tu compri solo da chi chiede meno? Immagino che la risposta sia dipende.
Dipende dal valore che dai a ciò che stai acquistando. Se è un oggetto o un servizio poco importante, sceglierai in base al prezzo. Se invece fosse qualcosa che conta per te, potresti spendere di più senza troppi pensieri.

➡ Di nuovo, la chiave è dimostrare che vali quel prezzo.

Ecco come affrontare e superare questa paura:

  • fai chiarezza su chi sei, cosa fai, come lo fai e qual è il tuo superpotere, quel talento innato che ti rende unicə
  • comunica il valore: prima dell’aumento, mostra risultati concreti, casi studio e testimonianze
  • accetta che qualcuno se ne vada: può succedere che alcuni clienti, per il solo motivo del prezzo, decidano di interrompere la collaborazione. Ma quelli giusti – che riconoscono il tuo valore – resteranno.

Hai paura di non riuscire a gestire le obiezioni

Forse ti stai chiedendo “E se, aumentando il prezzo, il cliente non dicesse subito no, ma sollevasse obiezioni e a cui non so rispondere?”

Può accadere, ma la buona notizia è che le obiezioni sono segnali di interesse: un cliente che ti dice “costa troppo” ti sta chiedendo il perché del tuo valore.

  • Se hai lavorato bene su questo aspetto e sui vantaggi per chi acquista, sarà più semplice per te motivare la tua scelta
  • Ma se ciò che ti crea ansia è la negoziazione, il consiglio è: preparati.

Puoi lavorare sulla tua comunicazione – imparando a essere più assertivə, anche grazie alle tecniche di comunicazione efficace – e allenarti con qualcuno, ad esempio un terapeuta o un business coach, per:

  • anticipare le obiezioni più comuni (es. “È troppo caro”, “Posso trovarlo più economico altrove”)
  • preparare risposte che non siano difensive ma orientate al valore: “Capisco la tua osservazione, qual è il beneficio che ti interessa maggiormente? Cosa cerchi in un servizio come il mio?”
  • ascoltare e chiedere, invece di replicare subito (es. “Mi puoi spiegare meglio cosa intendi con ‘troppo caro’?”): è un atteggiamento che riduce la tensione, mostra rispetto e ti permette di capire la vera motivazione dietro all’obiezione (potresti scoprire che il problema non è il prezzo!)
  • comunicare il valore prima del prezzo: non presentare subito il numero; parla innanzitutto del risultato, del cambiamento, del beneficio.

Se il cliente comprende il cosa ottiene, il quanto costa diventa più chiaro e accettabile.

Hai paura di vendere (e di svenderti)

Liberə professionistə e freelance mi raccontano sempre la stessa storia: siamo cresciutə con l’idea che vendere sia qualcosa di disonesto. La sola parola evoca i venditori porta a porta e i call center: troppo insistenti, troppo orientati a concludere l’affare, per nulla interessati al cliente.

Quando la paura di vendere si combina con l’ansia di alzare i prezzi, il risultato è la paralisi: non chiedi, non ti mostri, non racconti il tuo valore, cedi agli sconti e continui a rimuginare su un fatturato in stallo da anni.

Prova a cambiare prospettiva:

  • Non stai vendendo, ma offri un servizio che aiuta qualcuno: vendere fa parte del servizio e non corrisponde alla transazione in sé, ma al percorso che va dall’ascoltare il cliente fino al proporre la soluzione migliore per risolvere una sua esigenza
  • Costruisci fiducia e mostra il tuo valore: quando parli di servizi e prezzi, tieni sottomano le recensioni dei tuoi clienti, ti daranno la forza per raccontare il tuo perché 😊
  • Accetta la possibilità del “no” come dato di fatto, non come fallimento personale: i clienti hanno mille motivi per declinare una proposta, molti dei quali hanno poco a che vedere con te

Come proporre i tuoi servizi, senza svenderti e senza sembrare insistente:

  • Mettiti in ascolto sincero: cosa desidera davvero il cliente, quali sono i suoi obiettivi e le sue resistenze? Se il tuo servizio è davvero di aiuto, allora vale quel prezzo!
  • Lavora sul tuo personal branding: è la strategia migliore per trovare clienti, senza vendere, perché ti aiuta ad attirare le persone che hanno bisogno del tuo servizio e che sono davvero in linea con te
  • Parla di risultati e di benefici, non solo di “quanto tempo ci metti” o “quante ore fai”. Le persone cercano qualcuno di cui fidarsi e che condivida i loro obiettivi, non un sindacalista con la partita IVA
  • Sii trasparente, mostra la tua competenza e la tua passione

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Strategie per aumentare i prezzi senza perdere clienti

Se hai lavorato bene sulla comunicazione e la percezione del tuo valore, sei prontə per alzare i prezzi. Ma per aumentarli senza perdere clienti, servono preparazione, tempismo e una buona strategia. Ecco i passaggi che ti consiglio di seguire.

1. Scegli il momento giusto

C’è un momento per ogni cosa, anche per alzare i prezzi. I segnali che ti dicono che è arrivato sono soprattutto questi:

  • Hai acquisito un cliente di rilievo o di alto profilo (è un segnale positivo: il mercato sta riconoscendo il tuo valore!)
  • Hai acquisito nuove competenze utili per i tuoi clienti e quindi puoi offrire loro un servizio migliore
  • Ti arriva molto lavoro e non riesci ad accettare nuovi incarichi
  • Le tue tariffe sono le stesse da troppi anni
  • I tuoi prezzi sono inferiori alla media del tuo settore
  • I tuoi costi (software, strumenti, affitto studio…) sono aumentati
  • Quel fatturato ti sta stretto e vuoi aumentarlo, perché… non ne puoi più!

2. Comunica l’aumento in modo strategico

L’aumento di prezzo va comunicato ai clienti per tempo e con metodo:

  • Informali in anticipo che la tariffa cambierà (ad esempio 30-60 giorni prima)
  • Spiega il motivo: “Ho investito in nuovi strumenti, migliorato il servizio, aumentato la qualità…”. Aiuterai il cliente a capire che è un adeguamento e non un rialzo immotivato
  • Sii flessibile e proponi soluzioni modulari: “Se preferisci restare al prezzo attuale, possiamo definire un pacchetto più snello”

3. Aumenta i prezzi gradualmente

Un balzo troppo deciso può spaventare. Invece, un aumento graduale è spesso più sostenibile e accettabile:

  • Aumenta inizialmente solo per i nuovi clienti, mantenendo il prezzo vecchio per i clienti esistenti e comunicando loro che, dopo un periodo transitorio, le tariffe cambieranno: accompagnali gradualmente. A chi sceglie di passare subito al nuovo listino, puoi proporre un vantaggio extra, come una mini-formazione gratuita, uno sconto sulla manutenzione, due call di supporto…
  • Fissa un aumento percentuale ragionevole (es. +5-10%) non un salto drastico (es. da 200 a 400 euro)
  • Rivedi la tua offerta individuando le parti dei tuoi servizi che puoi arricchire. In questo modo, oltre al pacchetto base, puoi creare versioni “premium” con caratteristiche aggiuntive (up-selling). Per esempio:
    – se sei copywriter, il pacchetto base può includere solo la redazione dei testi, mentre tra i servizi extra puoi inserire l’analisi delle parole chiave, il caricamento sul blog o la ricerca delle immagini
    – se sei graphic designer, puoi proporre la creazione del logo con due revisioni e prevedere servizi extra come logo + guida all’uso, immagine coordinata o mockup
  • Pensa a dei servizi complementari (cross-selling) legati alla tua proposta principale e crea pacchetti che li includano. Ad esempio, se ti occupi di web design, potresti proporre un piano di manutenzione annuale o una sessione di formazione per permettere al cliente di gestire i contenuti in autonomia

Trovi questi e altri consigli nell’articolo: Come aumentare il fatturato se sei freelance: guida per uscire dallo stallo

Rivediamo insieme la tua offerta e i tuoi prezzi?

Se in questo momento senti che il fatturato che stai raggiungendo non basta, ti sta stretto, ti affossa e non ti fa battere il cuore, posso aiutarti. Insieme, lavoriamo sul tuo business per trovare e comunicare prezzi nuovi, che riflettono il valore.

Se vuoi approfondire o desideri sapere come possiamo lavorare insieme scrivimi a 📩 info@fulviasilvestri.it

Il desiderio di fatturare di più fa parte del pacchetto di chi sceglie di lavorare in proprio. È quella fame che ti spinge a buttarti pur di guadagnare, perché le bollette non si pagano da sole e gli F24 arrivano puntuali ogni anno. È la paura che ti fa dire di sì, anche quando vorresti dire di no, perché potresti perdere un’occasione di guadagno. Come fatturare di più è anche uno dei motivi che spesso porta freelance e liberə professionistə a intraprendere un percorso di business coaching con l’obiettivo di rivedere il proprio posizionamento sul mercato.

È un tarlo comune a tuttə noi: freelance alle prime armi ed espertə. Insomma, è un’esigenza che non passa mai, ma che cambia forma, in base allo stadio del business e della consapevolezza dellə freelance. In questo articolo ragiono insieme a te sui motivi che possono portarti a desiderare un aumento di fatturato e ti propongo strategie pratiche e sostenibili per sbloccare la crescita del tuo business.

Dal fatturare pur di sopravvivere al fatturare di più per crescere

C’è un momento nella vita di unə freelance che segna il passaggio dalla modalità sopravvivenza – prendo tutto quello che mi capita perché devo assolutamente fatturare – al chiedersi come aumentare il fatturato senza andare in burnout.

Nella fase di sopravvivenza, gli sforzi sono concentrati nel fare, fare, fare, pur di guadagnare, anche poco, per poter vivere e sì, anche per legittimare la propria scelta di diventare freelance. Perché moltə di noi hanno sentito – e sentono ancora – quella vocina che dice: “Chi te l’ha fatto fare? Non era meglio un lavoro da dipendente?” oppure “Ma lavori davvero o passi tutto il tempo sui social?”
Questa fase dura qualche anno e di solito coincide con l’avvio dell’attività in proprio.

Col tempo, una volta raggiunta una certa stabilità nel fatturato e negli incarichi, qualcosa cambia:

  • la conferma che il lavoro scelto può essere remunerativo (penso soprattutto a freelance creativə che spesso temono di non riuscire a guadagnare dal loro talento)
  • il desiderio di superare quella soglia di fatturato che, bene o male, si riesce a portare a casa, ma che è troppo bassa per essere davvero soddisfacente
  • la necessità fisica e psicologica di fatturare di più senza dover sacrificare per il lavoro un’altra nottata, un altro week end, l’ennesimo aperitivo con le amiche o il saggio finale di un figlio

Infatti, spesso succede che, pur di fatturare di più, moltə si ritrovino a lavorare 7 giorni su 7 e a sacrificare loro stessə e i propri cari. Ed è lì che l’attività freelance smette di essere un modo per autorealizzarsi nella vita e nel lavoro, ma diventa una gabbia da cui, sotto sotto, si desidera fuggire. A quel punto, di solito, succedono due cose: o si cambia strada cercando, per esempio, un lavoro da dipendente, o si guarda alla propria attività per quello che è davvero, cioè, un business di cui prendersi cura e in cui investire.

Tu in quale fase ti trovi?
Sei all’inizio e lotti ogni giorno per fatturare o sei freelance da tempo e vuoi crescere?
In entrambi i casi, per migliorare le cose, la strada del cambiamento parte dal mindset.

Sinceramente non credo che si possa essere freelance e fatturare bene, lavorando solo poche ore al giorno e aspettando che i progetti arrivino da soli. Sono autonoma da un decennio e i guadagni migliori li ho ottenuti negli anni in cui ho lavorato di più, sia con i miei clienti che sul mio business. Però penso anche che si possa fare molto per fatturare meglio, senza sacrificare la propria vita privata e senza svilire il proprio valore.

Non basta lavorare di più per guadagnare di più

L’equazione più ore = più fatturato è un’arma a doppio taglio. Perché non tiene conto della sostenibilità nel lungo periodo, della qualità del lavoro – più stanchezza = più errori e meno creatività – e dell’efficienza del tuo business.

Immagina di investire molte ore su diversi clienti una tantum e con budget limitati: la sensazione è di lavorare molto, ma la verità è che sei poco produttivə. La produttività, infatti, è la capacità di ottenere più risultati con meno sforzi o risorse: nel caso di unə freelance, per esempio, può voler dire impiegare le stesse ore, per guadagnare di più. E poi c’è un altro aspetto, più subdolo: ti fa sentire occupatə.

Occupare ore è rassicurante. Mette a tacere la voce che ti dice che non sei abbastanza, che il tuo lavoro serve a poco e devi dimostrare che non è così, che i tuoi familiari e amici, in fondo, non credono in te e tu devi giustificare la tua scelta anche ai loro occhi.

Ma ti impedisce di trovare lo spazio fisico e mentale per acquisire clienti continuativi e con budget più interessanti. Si chiama costo opportunità ed è quello che paghi senza saperlo, per il solo fatto di non aver colto un’occasione.

Perché la verità è che il tempo e le energie che metti sui lavori a basso valore non tornano indietro. All’inizio di un business, quando si è alle prime armi, può anche andare bene, per un po’… ma poi deve esserci un ritorno economico sufficiente da compensare lo sforzo.

Senza contare che competere al ribasso – “Chiedo poco, perché così ho più possibilità di prendere il cliente” – alla lunga, diventa un cane che si morde la coda: lavori molte ore, fatturi poco, le energie calano, la motivazione anche e le occasioni per prendere in mano le redini della tua attività si riducono drasticamente.

Scegliere come usare le ore che hai a disposizione, invece, ti aiuta a indirizzare le forze dove serve, cioè, verso il lavoro per i tuoi clienti e soprattutto verso il lavoro per il tuo business:

  • migliorare i tuoi servizi
  • crearne di nuovi
  • perfezionare i processi
  • formarti per acquisire nuove competenze
  • fare networking efficace per coltivare relazioni e collaborazioni
  • lavorare sul tuo personal branding per distinguerti chiaramente dagli altri freelance e sì, anche per farti pagare di più 😉

In ogni caso, il punto di partenza è sempre uno: iniziare da te, da dove sei oggi e da dove vuoi arrivare. Capire cosa vuoi per te, per la tua attività e per tutto quello che vi ruota intorno, ti aiuta a intraprendere un percorso di crescita sostenibile.

Non sei un’azienda con dipendenti e uffici,
sei unə solopreneur in cui business e persona coincidono.

Cosa fare per incrementare il tuo fatturato da freelance in modo sostenibile

Per prima cosa, ti consiglio di analizzare i numeri del tuo business perché, per aumentare il fatturato, devi sapere da dove parti e dove puoi arrivare. Ecco le domande e i passaggi che ti aiutano a fare chiarezza.

1 – Analizza i numeri del tuo business

  • Quante ore lavori in una settimana o in un mese?
  • Quante di queste sono dedicate al lavoro produttivo e non a sentirti solo occupatə?
  • Quante ore dedichi a ogni cliente? Per saperlo, puoi usare uno dei tanti strumenti di time tracking che trovi online, per esempio, Toggl Track.
  • Prendi il fatturato dell’ultimo anno: quanto hai fatturato in media ogni mese?
  • E quanto hai guadagnato in media ogni mese? Il guadagno, infatti, non coincide con il fatturato. Lo calcoli sottraendo dal lordo spese e tasse. Dato che molto dipende dal tuo regime fiscale e dal tipo di attività che svolgi, ti consiglio di tenere un file delle spese e, se serve, farti aiutare da unə commercialista di cui ti fidi per calcolare il tuo guadagno effettivo.
  • Quanti servizi hai?
  • Quali sono i servizi che generano più fatturato?
  • Quali generano poco fatturato o non ne generano affatto?
  • Quante volte riacquista ogni cliente nell’arco di un anno: una tantum, più volte, progetto semestrale o annuale?
  • Qual è il customer lifetime value di ogni cliente? Il customer lifetime value è il valore che ti porta ogni cliente nel tempo, cioè quanto fatturato ti genera, per esempio, nell’arco di 1 anno. Analizza il contributo di ogni cliente al tuo fatturato, poi mettilo in relazione con il tempo e le eventuali spese che sostieni per servirlo (ad esempio, le trasferte).
    Già a prima vista, questa analisi potrebbe farti scoprire che, per esempio, un cliente che contribuisce al 20% del tuo fatturato, assorbe il 40% del tuo monte ore. È evidente che questa collaborazione ti sta portando poco valore. Non è detto che tu debba lasciare il cliente – magari è storico e torna da te ogni anno – ma potresti cercare di aumentare il fatturato che ti porta o ridurre il tempo da dedicargli, con le strategie che ti presenterò tra poco.
  • Dividi i tuoi clienti in gruppi: da una parte, inserisci i clienti profittevoli rispetto allo sforzo impiegato, dall’altra, invece, i clienti che ti costano più fatica rispetto ai guadagni.

Chiarire questi aspetti ti aiuta a capire in quali aree del tuo business migliorare e se:

  • Passi troppo tempo su progetti poco redditizi
  • I tuoi prezzi sono troppo bassi per lo sforzo richiesto
  • La tua offerta è chiara o proponi servizi che nessuno compra

2 – Fissa i tuoi obiettivi e le tue priorità

  • Quanto vuoi guadagnare ogni mese per sentirti soddisfattə?
  • Quante ore vuoi lavorare alla settimana?
  • Quali clienti e progetti ti danno più soddisfazione, sia personale che professionale?
  • Quali clienti ti fanno venire il mal di pancia? Indizio: di solito, sono quelli che ti contattano a tutte le ore, non rispettano i tuoi confini e le tue procedure, trattano sul prezzo, vogliono fare sempre di testa loro…
  • Quali progetti ti fanno venire il mal di pancia? Indizio: sono quelli che senti lontani da te, che non contribuiscono a far fiorire il tuo business, spesso sono i progetti di altrə che non senti tuoi.

3 – Scegli con quali clienti lavorare

Ora che hai messo nero su bianco numeri e obiettivi, chiediti:

  • Quali clienti voglio avere oggi e in futuro?
  • Quali clienti voglio lasciare andare?
  • Con quali clienti voglio continuare a lavorare rivedendo i termini della collaborazione, per esempio, rimodulando il servizio, perché sia meno oneroso in termini di tempo, oppure, proponendo un aumento dei prezzi? Cambiamento che fa paura, lo so, ma è fattibile e fra poco ci arriviamo. 😉

Nelle tue valutazioni, potresti accorgerti che forse è arrivato il momento di definire o rivedere il tuo modello di business da freelance. In generale, però, ti consiglio di mettere a fuoco i tuoi clienti ideali, cioè quelli con cui ti trovi in sintonia, che apprezzano ciò che fai e il valore del tuo lavoro, ti stimano come professionista e si fidano di te. Partire da loro ti aiuterà a indirizzare meglio le tue scelte di business.

A questo proposito, potrebbe interessarti leggere anche come avere più clienti se sei freelance o liberə professionista.

3.4 – Strategie per aumentare il fatturato

Ora che hai messo nero su bianco numeri e obiettivi, puoi rivedere la tua offerta, le tue procedure e l’ottimizzazione di tempi e costi, perché spesso il problema si annida anche lì.

Punta sul valore percepito, non solo sul tempo che ci metti

Perché il tempo è importante per te, ma ai tuoi clienti interessa sapere come cambieranno in meglio la loro vita e il loro lavoro grazie ai tuoi servizi. Per loro conta il risultato, non il processo: più tempo a disposizione per prendersi cura di sé o stare in famiglia, meno stress, più visite al sito web, più autorevolezza, più contatti dai social, meno clienti fuori target…

Cosa interessa ai tuoi clienti? E quale valore dai loro?
Se fatichi a metterlo a fuoco o se sai qual è questo valore, ma non riesci a comunicarlo, c’è Scenario. Oppure potrebbe interessarti Scopri il tuo brand, il percorso di business coaching di gruppo che parte una volta all’anno e ti aiuta a mettere a fuoco i perché del tuo brand da freelance e a mostrarli al mondo.

Lavora sul tuo personal branding e sulla tua comunicazione

Sto per dirti una cosa che a moltə freelance suona indigesta e anche un po’ antipatica: gestire la presenza sui social e la propria comunicazione è un’attività fondamentale per unə freelance, perché aumenta il suo valore percepito. Neanche io sono una fan sfegatata dei social, quindi so bene come ti senti, ma riconosco il loro valore per chi ha un’attività da solopreneur.

Tu compreresti un prodotto di fascia alta da un negozio senza insegna, senza vetrina, senza sito e con la saracinesca chiusa? Ecco.

Anche se la prospettiva non ti piace, anche se sentirtelo dire ti fa alzare gli occhi al cielo, curare e potenziare il personal branding fa parte del pacchetto business in proprio. Si può perfezionare, si può delegare, in parte, ma serve. E se vuoi aumentare il tuo fatturato è indispensabile.

Alza i prezzi preparando il terreno, per evitare di perdere clienti

Alzare le tue tariffe dall’oggi al domani può essere rischioso. I clienti fedeli potrebbero sentirsi traditi e alcuni potrebbero decidere di lasciarti. Prima di comunicare l’aumento, è importante preparare il terreno, puntando sulla percezione del valore dei tuoi servizi e di te come professionista:

  • Raccogli testimonianze, casi studio, dati quantitativi, chiarisci bene in che modo migliori la vita e il lavoro di chi si affida a te e poi pubblicali sul tuo sito, sui social e inseriscili anche nei tuoi preventivi.
  • Rivedi la tua offerta identificando le parti dei tuoi servizi che puoi arricchire, così, oltre al pacchetto base, puoi proporre versioni “premium” con caratteristiche extra (up-selling). Per esempio, se sei unə copywriter, puoi prevedere un pacchetto base di sola redazione dei testi e servizi extra come: analisi parole chiave, caricamento dei testi sul blog, ricerca immagini. Se sei unə graficə, puoi proporre il servizio base di creazione del logo con 2 sole revisioni, mentre gli extra possono essere: logo+guida all’uso, immagine coordinata completa, mockup. E così via.
  • Individua i servizi complementari al servizio principale (cross-selling) e proponi dei pacchetti che li includono. Per esempio, se fai web design, potresti proporre un servizio di manutenzione annuale o una formazione per gestire i contenuti in autonomia.
  • Comunica il cambiamento con largo anticipo (30-60 giorni prima), spiegando chiaramente il valore aggiunto connesso con l’aumento di prezzo.
  • Rassicura i clienti storici con un trattamento speciale: mantieni la tariffa vecchia per un periodo di tempo limitato, proponendo un adeguamento ai nuovi prezzi in modo graduale. Nel frattempo, a chi decide di passare subito al nuovo tariffario, puoi proporre altri servizi o offerte speciali per compensare l’aumento (formazione gratuita, sconto sulla manutenzione, 2 call omaggio…).

Lavora per aumentare la frequenza di acquisto dei clienti che hai già

I clienti che si fidano di noi sono più disposti ad acquistare di quelli che non ci conoscono. Sono anche quelli più disposti a passare da un progetto una tantum 3 volte all’anno a una collaborazione continuativa. Dipende dal settore e dal singolo caso (esigenze, budget, obiettivi), ma anche questa è una strategia utile per aumentare il fatturato, migliorando ciò che c’è già: la relazione con i clienti fedeli e la tua utilità per loro.

Stringi partnership con altrə freelance

Estendere la rete di collaborazioni con altrə freelance complementari a te può aiutarti a:

  • trovare nuovi clienti
  • offrire a quelli che hai già un servizio più completo e interessante

È una formula win-win perché porta valore aggiunto sia a te che al team di freelance della tua rete.

Ottimizza i tempi, migliora i processi, delega il delegabile

Anche sprecare tempo è un costo che impatta sulle possibilità di aumentare il fatturato. Solo che è un costo che non vediamo.

Sarebbe utile poter ricevere una fattura a fine mese per ricordarci delle ore spese in attività non fatturabili e che non portano valore al nostro business. Sottolineo “che non portano valore al nostro business”, perché esistono attività non fatturabili, ma che di valore ne portano eccome.
Penso alla comunicazione (social, blog, newsletter…), se ce ne occupiamo noi direttamente.

Per aumentare il fatturato, serve anche una revisione dei tuoi processi, che ti aiuta a capire cosa puoi automatizzare e cosa puoi delegare ad altrə. Prova a fare così: per una settimana, fai una lista di tutte le tue attività lavorative e delle distrazioni. Poi considera solo le attività lavorative (progetti dei clienti, mail, fatturazione, creazione contenuti…) e chiediti:

  • Quante di queste sono ripetitive?
  • Quante delle attività ripetitive possono essere automatizzate con un tool, completamente o in parte? Penso, per esempio, ai template di risposta delle mail o alla gestione degli appuntamenti con i calendari digitali.
  • Quali attività potresti delegare a unə altrə freelance (social media manager, assistente virtuale, copywriter…)?

Per capire quali attività di scarso valore ti portano via più tempo e come gestire meglio le tue giornate, potresti rivolgerti a una Professional Organizer come Chiara Battaglioni o Loredana Fusco.

Per aumentare il fatturato devi anche essere prontə a negoziare e a saper dire di no

Gran parte di ciò che ho scritto fino a qui, puoi trovarlo anche altrove. Infatti, i consigli che ho raccolto per te sono buone pratiche del marketing e della vendita, che funzionano, se sei prontə a farle funzionare. Spesso, infatti, il motivo per cui non fatturiamo abbastanza è molto più profondo di un’offerta perfezionabile. Ha a che vedere con l’autostima e l’autoefficacia, con la capacità di comunicare con assertività, di mettersi in discussione, mostrarsi e negoziare.

Perché alcuni clienti potrebbero dirti che i tuoi prezzi sono troppo alti e che non possono sostenere l’investimento. La sindrome dell’impostore potrebbe spingerti a sabotare le tue azioni per rivedere la tua offerta e le tue tariffe al ribasso. La paura di vendere e di promuoverti potrebbe impedirti di agire.
All’aumento dei prezzi bisogna arrivare preparatə, anche e soprattutto con lo spirito.

Se in questo momento senti che il fatturato che stai raggiungendo non basta, ma non sai come cambiare le cose o se hai bisogno di ritrovare la spinta per rivedere il tuo business e mostrare il tuo valore, posso aiutarti. Nei miei percorsi di business coaching, individuali e di gruppo, aiuto freelance e professionistə come te a fare chiarezza e a capire quale direzione prendere per uscire dallo stallo che impedisce loro di essere felici, nella vita e nel lavoro.

Scrivimi a info@fulviasilvestri.it

È impossibile non comunicare, tanto vale farlo con intenzione ed efficacia, nella vita privata e nel business.

Sarà capitato anche a te di chiudere una telefonata o di uscire da una riunione col mal di pancia, perché la persona dall’altra parte ti ha messə con le spalle al muro. Oppure, al contrario, perché sei statə tu a prevaricare e quando l’adrenalina è scesa, hai provato rimorso e magari anche un po’ di vergogna per il tuo comportamento.
Quando la comunicazione fallisce, fallisce anche la relazione. E inevitabilmente ne escono tutti sconfitti.

Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione.
Zygmunt Bauman

Comunicare efficacemente può essere difficile, anche se sei freelance

Spesso si pensa che aprire partita IVA e avere un proprio business liberi in automatico da tutti i problemi del lavoro dipendente: non c’è più un capo a controllarci, non ci sono i colleghi scaricabarile, non c’è più il cliente “dell’azienda” a cui non si può negare nulla… Poi, quando si diventa freelance, si scopre che, in realtà, c’è sempre qualcuno a cui dover rendere conto: il cliente, un partner, un socio, la propria famiglia. I motivi di contrasto (e di conflitto) restano e se non si lavora prima per imparare a gestirli, si finisce per pensare:

“Devo imparare a dire più no.”
“Non sopporto chi non vuole capire.”
Odio il conflitto, penso di non uscirne mai vincente…”,
“Sono gelosa degli altri colleghi.”
“Ho scarsa fiducia nel genere umano, vorrei mandare a quel paese tutto e tutti.”
Rimugino sugli errori fatti.”
“Le persone non mi considerano.”
“Non riesco a comunicare quello che voglio davvero e nel confronto soccombo…”

Ti ritrovi, almeno in parte, in queste affermazioni?

Sono alcune delle frasi che ho ascoltato in questi anni, nei miei percorsi di business coaching, da parte di chi lavora come dipendente e anche di chi è freelance, spesso da tempo. Hanno tutte un elemento in comune: lo scollamento tra ciò che la persona sente o desidera davvero e ciò che finisce per dire.

Moltə freelance e professionistə vivono con frustrazione, ansia e disagio il confronto con colleghi, clienti e fornitori. Nella maggior parte dei casi questo succede perché non hanno ancora lavorato su comunicazione efficace e assertività: due fra i temi a me più cari, perché hanno molto a che vedere con l’autostima, l’autoefficacia e quindi con l’autorealizzazione. Ma sono anche argomenti tipicamente appannaggio della psicoterapia. Quindi non ne parlerò da sola: questo, infatti, è un articolo intervista a quattro mani con la psicologa Alessia Minniti.

Insieme, vedremo cos’è la comunicazione efficace, perché non c’è comunicazione efficace senza assertività, quali tecniche utilizzare per metterla in pratica, ognuna di noi dal suo punto di vista: Alessia, in quanto psicoterapeuta ed io portando la mia esperienza di 30 anni nel mondo del lavoro, come export manager prima e business coach poi.

 

Fulvia: Partiamo con le presentazioni. Ciao Alessia, raccontaci chi sei e di cosa ti occupi.

Alessia: Ciao Fulvia, intanto grazie mille per questo invito, visto il tema dell’intervista diciamo che mi ha aiutato ad andare oltre la mia sindrome dell’impostore! Certe volte ci vuole proprio la spintarella… Io faccio la psicoterapeuta. Per tanti anni ho lavorato in una clinica universitaria, nello specifico occupandomi di obesità e disturbi dell’alimentazione, poi nel 2017 ho fatto il grande salto e ho deciso di licenziarmi per iniziare la libera professione e, contestualmente, accettare un incarico come docente presso una scuola di specializzazione post-universitaria che forma i futuri psicoterapeuti. Oltre a queste due attività, sono anche insegnante di mindfulness e conduco gruppi di riduzione dello stress e terapia cognitiva basata sulla mindfulness.

Fulvia: Nel tuo lavoro è frequente incontrare persone che hanno difficoltà a comunicare cosa sentono davvero. Immagino che, a volte, questo disagio possa nascere dalla mancanza di autostima. Quindi, inizierei la nostra intervista proprio da qui, cercando di capire cosa sono la comunicazione efficace e l’autostima.

Cos’è la comunicazione efficace?

Fulvia: La comunicazione efficace è uno strumento che ci permette di esprimere il nostro pensiero e le nostre opinioni con chiarezza, sincerità e decisione, nel rispetto del nostro interlocutore. Comunicare con educazione e con forza è una capacità che si può sviluppare col tempo. Alessia, secondo te, quali sono le condizioni per poter comunicare efficacemente o comunque per provare a dire ciò che per noi è importante, senza soccombere o senza aggredire l’altro?

Alessia: Prima di tutto dobbiamo cercare di ascoltare davvero chi ci parla e guardare oltre ciò che ci viene detto a parole, cogliere sottintesi e “non detti”, osservando il linguaggio del corpo, il tono della voce, lo sguardo dell’altro. Dobbiamo cercare di andare oltre la comunicazione verbale e analizzare anche il para-verbale, metterci in ascolto sincero e il più possibile senza pregiudizi, per poi presentare il nostro punto di vista con equilibrio e fermezza, rispettando il nostro interlocutore. Perché, come giustamente dici tu, comunicare efficacemente vuol dire non cedere e non prevaricare.

Cosa si intende per autostima?

Fulvia: Per non cedere e non prevaricare, è utile aver lavorato sulla propria autostima. Puoi aiutarmi a darne una definizione?

Alessia: Possiamo definire in maniera concisa l’autostima come l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di sé stesso. William James, il padre della psicologia moderna statunitense, la concepisce come “il risultato scaturente dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi”. In questa definizione, quindi, alcuni concetti importanti sono le credenze che abbiamo su di noi e i nostri scopi.

Le credenze, ciò che pensiamo di noi, possono essere neutre, cioè puramente descrittive (“sono sposata e vivo a Verona”) e valutative (“sono una buona amica”, “sono una cuoca mediocre”). Il confine tra questi due tipi di credenza non è così netto, diciamo che quando è presente uno scopo per il quale quella caratteristica svolge un ruolo di potere (per esempio, essere intelligenti implica avere potere rispetto allo scopo di risolvere problemi), cioè diventa un mezzo utile per raggiungerlo, la credenza perde la neutralità e diventa valutazione. E le valutazioni ci servono per muoverci nel mondo, senza di esse agiremmo “al buio”.

Cosa c’entrano le valutazioni con l’autostima?

Maria Miceli, autrice del libro “Autostima”, ci dice che per avere una buona autostima, due sono le strade possibili da percorrere:

  • cercare di guadagnarci buone valutazioni – o autovalutazioni – tentando di essere al meglio
  • conseguire successi e progredire 

e poi la scorciatoia, cercare di convincerci che corrispondiamo alle nostre aspirazioni.

Abbiamo visto anche l’importanza degli scopi, questo ha a che fare con il perché alcune valutazioni incidono di più e altre meno sulla nostra autostima: perché una autovalutazione abbia un forte impatto sull’autostima non conta tanto che sia molto positiva o negativa, ma che riguardi scopi importanti per l’individuo.

Insomma, se per me non è così importante saper cucinare bene, una valutazione di me come cuoca mediocre non inciderà molto sulla mia autostima!

Fulvia: Questa riflessione ha molto a che vedere anche con il business: costruire un’attività freelance o da liberə professionista che ci rappresenti e che sia di successo per noi, significa prima di tutto capire cosa ci muove, quali sono i nostri obiettivi e le nostre priorità. Tenere la barra dritta e puntare in una direzione chiara, che parte da cosa desideriamo davvero, ci aiuta anche a non cedere alla paura e al giudizio degli altri, a non sentirci sconfittə al primo ostacolo e a comunicare efficacemente…

Perché, diciamoci la verità, sulla carta sembra tutto molto semplice, ma nella pratica non lo è affatto.

La percezione del nostro successo nel lavoro e nella libera professione, ad esempio, c’entra molto con alcuni aspetti che, personalmente, trovo spesso in sessione: come ci parliamo, come pensiamo e di conseguenza come agiamo. È tutto collegato. Se siamo i primi a criticarci e a mettere in discussione noi e la nostra attività, se sviliamo i risultati raggiunti e ci chiudiamo, rimanendo rigidi sulle nostre posizioni, miniamo alla base il senso delle scelte che abbiamo fatto.

E così comunicare cosa sentiamo diventa ancora più difficile.

A questo proposito, secondo me, non c’è comunicazione efficace senza una buona autostima e senza assertività. Sei d’accordo?

Alessia: Sì, per esprimere i nostri bisogni e il nostro punto di vista con equilibrio, dobbiamo lavorare prima di tutto sull’assertività.

Cos’è l’assertività e quali sono i comportamenti anassertivi?

Fulvia: Assertività deriva dal latino “ad serere”, che significa “asserire, dichiarare”: affermare sé stessi. È la capacità di saper esprimere in modo equilibrato e chiaro le proprie emozioni, le proprie idee, le proprie opinioni, i propri sentimenti, senza sottomettersi né aggredire gli altri. Quindi, vuol dire darsi la possibilità di dire e dare all’altro consapevolmente, senza paure o sensi di colpa.

Quando non riusciamo a essere assertivə, adottiamo dei comportamenti che potremmo dire di compensazione: passivo, aggressivo o quello che io chiamo “il rimprovero silenzioso”, cioè il passivo-aggressivo o aggressivo indiretto. Molti problemi di relazione, nella vita e nel lavoro, hanno come denominatore comune la mancanza di assertività.

Alessia, potresti aiutarci a capire che cos’è il comportamento assertivo? E come si differenzia da quello passivo, passivo-aggressivo e aggressivo?

Alessia: L’assertività è un’abilità sociale, adottare un comportamento assertivo significa comunicare i propri bisogni, desideri e opinioni in modo chiaro e coerente, nel pieno rispetto dei propri diritti e di quelli dell’altra persona.

Questo ci fa subito comprendere che la comunicazione con l’altra persona è solo la punta dell’iceberg del comportamento assertivo; prima ancora di essere un modo di comunicare e agire, è un modo di percepire e considerare sé stessi all’interno di una relazione e un modo di considerare sé stessi/e in relazione alle situazioni e agli eventi che si vivono. In poche parole: se non ho chiaro il mio ruolo in una relazione e quali sono i miei bisogni, desideri e opinioni sarà molto difficile comunicarli all’esterno in modo assertivo.

Spesso l’assertività viene rappresentata al centro di un continuum di stili comunicativi, dove ai poli opposti troviamo lo stile passivo e quello aggressivo. Questa rappresentazione, a mio avviso, però, non è totalmente adeguata perché troviamo anche il caso del comportamento cosiddetto passivo-aggressivo.
Io preferisco rappresentarmi questo continuum come un cerchio dove i poli opposti possono anche incontrarsi dando vita proprio a quest’ultimo esempio e dove tutti gli altri stili al di fuori dell’assertività possono essere definiti anassertivi.
Ma vediamoli uno per uno.

Stile passivo

La persona tende a reprimere i propri bisogni, le proprie opinioni e sentimenti, con l’obiettivo di evitare il conflitto, i giudizi negativi, i rimproveri e le colpevolizzazioni da parte delle altre persone; spesso ha la convinzione di non essere in grado di gestire i conflitti e le situazioni di disaccordo e ne teme le conseguenze. In questo senso tenta di assicurarsi l’approvazione ed evitare l’esclusione sociale o l’umiliazione.

Lo stile passivo a lungo termine può inficiare l’autostima e il senso di autoefficacia, a causa della continua e persistente rinuncia e repressione dei propri bisogni individuali, e desideri, a favore del mantenimento dell’accondiscendenza delle altre persone. In questo modo, alla lunga, possono emergere risentimento, frustrazione e senso di impotenza, che facilmente sfoceranno nel comportamento passivo-aggressivo.

Stile aggressivo

È tipico di chi lascia poco spazio agli altri, impone le sue opinioni e i suoi desideri e non ammette quasi mai di avere torto. Contrariamente alla persona che si comporta passivamente, si mette al di sopra degli altri, tende a dominare le altre persone senza considerare il loro punto di vista.

La persona può essere convinta che solo con l’aggressività e la dominanza sia possibile essere considerati, farsi valere e dimostrare il proprio valore. Tuttavia, lo stile aggressivo, se persistente e pervasivo, può portare a un progressivo isolamento sociale o a difficoltà nelle relazioni interpersonali, caratterizzate da rancore, frustrazione e/o sottomissione nell’interlocutore, con conseguente logoramento della qualità della relazione.

Stile passivo-aggressivo

Questo stile è una combinazione subdola degli altri due: la persona evita il confronto diretto, ma esprime la sua rabbia o frustrazione in modi indiretti e manipolatori. Sotto una facciata di conformità si nasconde ostilità. Comportamenti tipici possono essere l’uso del sarcasmo, la comunicazione indiretta, il muro di silenzio, il rifiuto velato o la procrastinazione intenzionale, le frecciatine o i pettegolezzi.

Stile assertivo

È caratterizzato dal rispetto verso sé stessi e le altre persone e dall’autoresponsabilità: la persona che mette in atto uno stile assertivo ha un atteggiamento positivo e di fiducia verso sé stessa e il mondo esterno. Riconosce, rispetta ed esprime i propri bisogni nel rispetto di quelli altrui.

Lo stile assertivo implica l’ascolto attivo e la comprensione delle prospettive altrui, oltre che l’espressione dei propri bisogni e opinioni. Permette agli individui di riconoscere e legittimare il proprio valore e di comunicare i propri bisogni e le proprie opinioni con fiducia e sicurezza, in questo modo consente la creazione e il mantenimento di relazioni interpersonali più soddisfacenti, con una migliore capacità di gestione dei conflitti e di gestione dei confini nelle relazioni.

Le persone assertive sono in grado di formulare richieste ed esprimere dei rifiuti, tentando di preservare una buona relazione con l’altro.

Come adottare comportamenti più assertivi e comunicare efficacemente

Fulvia: Perché sviluppiamo comportamenti anassertivi? E come possiamo modificarli attraverso la terapia?

Alessia: La maggiore o minore propensione a comportarsi in modo assertivo è determinata dal modo in cui la persona guarda a sé stessa, alla persona che ha di fronte e alla situazione in generale. Ogni comportamento è determinato dal nostro modo di pensare, dalle nostre emozioni e dai nostri pensieri.

Emozioni e comportamenti derivano dalla nostra storia di apprendimento. Il fatto che alcuni nostri modi di pensare, sentirci emotivamente e comportarci siano stati rinforzati o meno, determina il nostro bagaglio di credenze su noi stessi/e e il mondo. Tutto ciò alla fine influenza il nostro stile di relazione.

In particolare, l’idea che abbiamo di noi stessi/e in termini di valore e importanza, e il grado di fiducia nelle nostre capacità, influiscono sul nostro stile di relazione interpersonale determinando la propensione ad agire in modo passivo, aggressivo o assertivo.

Quindi ritorniamo al tema affrontato all’inizio della nostra intervista: il ruolo dell’autostima, e qui aggiungerei anche dell’autoefficacia, è determinante sul modo in cui noi decidiamo di relazionarci con il resto delle persone.

Il fatto che tutto questo sia frutto di esperienze apprese, però, ci dà speranza: ciò che è appreso si può disapprendere a favore di comportamenti più funzionali.

La psicoterapia, in particolare quella a indirizzo cognitivo-comportamentale, è una risorsa importante per affrontare la sofferenza che deriva da un comportamento anassertivo.

Esistono veri e propri training di assertività che vengono fatti generalmente in un setting di gruppo. Ma si affrontano temi relativi all’assertività molto spesso anche in terapia individuale, sebbene in maniera meno strutturata.

Per esempio, io spesso utilizzo delle metafore per fare psicoeducazione sul comportamento anassertivo; la mia preferita è quella dell’effetto pentola a pressione: la persona che mette in atto un comportamento passivo-aggressivo è come una pentola a pressione alla quale non funziona bene lo sfiato del vapore, se il vapore non fuoriesce costantemente e nella giusta quantità rischia di accumularsi all’interno (proprio come la frustrazione nel non far uscire ciò che pensiamo) e il rischio che la pentola scoppi, magari nel momento meno opportuno, è elevato.

Concludo con un’altra cosa che trovo molto utile e sulla quale invito le persone a fare esercizio: usare il dialogo io e non tu. La differenza sta nel modo in cui comunichiamo un concetto e nelle parole che usiamo, ecco due esempi:

  • Dialogo TU (accusatorio): “tu mi fai stare male!”
  • Dialogo IO (assertivo): “quando ti comporti così io mi sento…”

Qual è il punto qui? Nel primo caso questo tipo di comunicazione potrebbe alimentare un’escalation di discussione perché l’altra persona, sentendosi accusata, potrebbe sentirsi autorizzata a contrattaccare e, inoltre, non comunica nulla dei propri sentimenti; nel secondo caso, intanto differenzio il comportamento dalla persona e poi comunico ciò che mi accade in relazione a quel comportamento. Tante più informazioni in poche parole!

Fulvia: Ecco, a questo proposito, è corretto dire che noi tutti abbiamo dei filtri cognitivi, che influenzano le nostre percezioni e quindi le nostre azioni? Richiamo qui alcuni dei più noti:

  • La distorsione, cioè, il processo di attribuzione di significato alle cose. Per esempio, pensare “Il cliente non mi risponde, quindi non gli importa del mio lavoro” corrisponde a una conclusione non verificata: una distorsione. Perché un ritardo non equivale a disinteresse. Un approccio assertivo per gestire questo pensiero può essere, ad esempio, scrivere al cliente dicendo: “Capisco che sei molto impegnato, ma per procedere col lavoro, mi servirebbe ricevere la tua risposta entro venerdì. Grazie!”
  • La cancellazione, cioè, il processo di omissione di ciò che non si reputa importante. Per esempio, pensare “Il cliente non apprezza il mio lavoro” è un esempio di cancellazione perché manca del tutto l’informazione su ciò che non piace al cliente. Un approccio assertivo può essere quello di chiedere direttamente e in modo aperto: “Capisco che ci siano aspetti del mio lavoro che non sono stati all’altezza delle tue aspettative. Puoi indicarmi cosa esattamente non ti soddisfa: il contenuto, la forma, i tempi? Vorrei capire meglio per poter migliorare.”
  • La generalizzazione, cioè, il raggruppamento in macro-gruppi. Pensare “Tutti i clienti chiedono sconti” o “Non ce la farò mai a farmi percepire come professionista valido” significa ignorare le eccezioni e le esperienze positive già vissute. Dirsi invece: “Alcuni clienti chiedono sconti, ma molti apprezzano valore e professionalità” o “Ho faticato a trasmettere la mia professionalità in alcuni casi, ma in altri sono riuscito a creare collaborazioni solide” aiuta a evitare di generalizzare.

Domande come “chi esattamente?”, “quando?”, “sempre?”, “cosa di preciso?”, aiutano a circoscrivere il problema e a individuare la causa del disagio. Sei d’accordo?

Alessia: Sì, è proprio così. Mettere a fuoco questi aspetti è molto utile, anche nel lavoro.

Fulvia: Confermo L’ho vissuto anch’io sulla mia pelle nella mia prima vita come export manager, quando dovevo gestire team, formare, colloquiare, assumere e licenziare persone, gestire situazioni spinose e clienti problematici. Erano contesti difficili e ho proprio sentito il bisogno di studiare e allenarmi sul campo per avere degli strumenti che mi aiutassero a vivere il lavoro molto meglio. Gli stessi strumenti, poi, li ho portati con me nella mia seconda vita come business coach, per aiutare le persone nel cambiamento e nell’evoluzione della propria attività o della propria carriera. Perché è un tema molto ricorrente e che ritrovo quasi sempre nei percorsi di mentoring e di gruppo che tengo. Ma la buona notizia è che, come tutte le abilità, anche l’assertività si può allenare e può dare risultati sorprendenti.

Alessia: Certo, anche l’assertività può essere allenata!

Fulvia: Di solito, per iniziare ad allenarsi, lascio questi consigli:

  1. Impara ad ascoltare attivamente e con fiducia, senza preconcetti o sovrastrutture mentali (potresti accorgerti che la persona dall’altra parte è molto migliore o più fragile di quello che avevi immaginato).
  2. Evita come la peste toni aggressivi o vittimistici, frasi di accusa o giustificazione: sono due lati della stessa medaglia (e poi, diciamocelo, sono poco eleganti).
  3. Abituati a spiegare le tue idee e le tue emozioni, con equilibrio, fermezza e rispetto.
  4. Di’ sì o no in coerenza con i tuoi valori e le tue esigenze, senza timore di critiche o recriminazioni.

Perché se ti alleni a esprimerti in modo diretto e chiaro, gli altri accetteranno i tuoi bisogni e il tuo punto di vista. E se poi non lo faranno? È un problema loro. E questo, diciamocelo, spaventa un po’, soprattutto chi teme di non valere abbastanza.

Alessia: È così, la paura del giudizio altrui porta con sé anche questo tipo di riflessione.

Autostima e autoefficacia: I can / I can't

Comunicazione efficace, sindrome dell’impostore ed effetto Dunning-Kruger

Fulvia: La paura di non valere abbastanza è uno dei problemi – io li chiamo bucce di banana – che si nascondono spesso nelle persone che faticano a comunicare i propri bisogni con fermezza: se non riconosciamo il nostro valore, sarà più difficile tenere i nervi saldi in un confronto con chi si mostra più sicuro di noi.

Nel mio lavoro, ho incontrato moltissimə professionstə di talento con un vissuto comune: la sensazione di non essere abbastanza e quindi di non poter alzare l’asticella del proprio business. Per esempio, farsi pagare di più, non cedere alle richieste eccessive, prendere lavori non allineati o dire di sì a clienti prepotenti. Eppure, nonostante le loro competenze – visibili a chiunque – sono persone che credono che tutto ciò che hanno ottenuto sia arrivato per puro caso o per merito degli altri. Anche questo ha molto a che vedere con la comunicazione efficace. Sei d’accordo?

Alessia: Sì, certo. Lo scenario che hai rappresentato rientra nella cosiddetta sindrome dell’impostore.

Fulvia: Cosa si intende con questo termine e cosa la innesca?

Alessia: Parto subito con lo specificare che non si tratta di una condizione psicopatologica, come si potrebbe pensare vista la definizione di sindrome, piuttosto parliamo di uno stato mentale nel quale la persona che lo sperimenta si sente una truffatrice, pensa di aver imbrogliato e dubita dei propri successi nonostante l’evidenza del contrario.

Ciò che caratterizza il pensiero delle persone che sperimentano questo stato è la tendenza ad attribuire i propri successi a fattori esterni (la fortuna, la tempistica giusta, ecc.) piuttosto che interni (le proprie capacità e competenze).

La sindrome dell’impostore è dunque un mix di senso di colpa per i traguardi raggiunti, mancata introiezione del successo, paura della valutazione e sentimenti di indegnità e inefficienza professionale e formativa.

La prima ricercatrice a parlare di questo fenomeno è stata Pauline Clance (1978) che ha identificato il fenomeno in un gruppo di donne di successo, le quali non si sentivano meritevoli del prestigioso ruolo ricoperto. Se è vero che nei primi studi la popolazione che ne soffriva era soprattutto femminile, ora colpisce una vasta fetta di popolazione senza distinzione di genere, in particolare però persone colte e istruite che ricoprono ruoli importanti in diversi settori.

Un fenomeno interessante e diametralmente opposto, invece, è l’effetto Dunning-Kruger, per cui molte persone tendono a sovrastimare le proprie conoscenze, nonostante queste siano davvero molto limitate. Il nome deriva dai ricercatori che per primi lo hanno studiato e che hanno evidenziato come esso derivi dalla stessa incompetenza dei soggetti: quanto più una persona è incompetente su un tema, tanto più non è in grado di padroneggiare quelle strategie metacognitive che permetterebbero una maggiore consapevolezza dei propri limiti.

Interessante no? Due fenomeni opposti che però in qualche modo si intrecciano, perché sembra proprio che la presenza di sindrome dell’impostore non permetta all’effetto Dunnig-Kruger di ridimensionarsi!

Per quanto riguarda le cause della sindrome dell’impostore, sono molteplici e legate a fattori psicologici, sociali e familiari. Partendo dalle ultime, direi che un ambiente familiare caratterizzato da standard elevati, forte criticismo, ipercontrollo e scarso supporto emotivo risulta essere quello più a rischio. Poi ci sono fattori psicologici individuali come bassa autostima, tendenza al perfezionismo e allo sperimentare soprattutto emozioni spiacevoli.

Infine, anche la società ci mette lo zampino: un ambiente sociale come il nostro, fortemente orientato al successo e alla performance, dove il confronto sociale è all’ordine del giorno (anche attraverso i social, ahimè) e ancora molto condizionato da stereotipi e discriminazioni offre sicuramente linfa vitale a questo fenomeno.

Fulvia: È un atteggiamento che incide direttamente anche sul business. Perché, se non sei consapevole delle abilità che hai maturato attraverso le tue esperienze, cadi nella convinzione di non essere mai sufficientemente preparatƏ per accettare un incarico o per farti pagare meglio per un tuo prodotto o servizio. E quindi anche a comunicarlo in una negoziazione.

Perché la comunicazione efficace fa bene al tuo business, se sei freelance?

Fulvia: Quando riusciamo a esprimerci in modo equilibrato e chiaro, a far valere il nostro punto di vista e i nostri bisogni, nel rispetto delle esigenze e dei diritti degli altri, possiamo vivere e lavorare meglio. È un atteggiamento, un comportamento – un modo di essere – che ci facilita le azioni e le relazioni.

Spesso, aiuto le persone a prepararsi per gestire quelle situazioni spinose sul lavoro, in cui, per esempio, non sanno come fare una richiesta o far valere un proprio bisogno. In quei casi dico loro di ripensare a quelle volte che si sono sentite forti per come hanno gestito bene una negoziazione o una richiesta inopportuna. Sottolineo i risultati ottenuti: c’è chi non ha ceduto a una richiesta di sconto, chi ha affrontato un ricatto e ne è uscitƏ a testa alta. Perché nel business i benefici della comunicazione efficace sono diversi:

  • ricevi rispetto da parte degli altri (non ti fai mettere nell’angolo) e migliori la tua reputazione come professionista affidabile e credibile
  • eviti di dipendere dal giudizio o dalle scelte degli altri (ti assumi la responsabilità del tuo business e dei risultati che ottieni)
  • sviluppi maggiore forza, autonomia e soddisfazione, sia a livello personale che lavorativo
  • aumenti la tua autostima e l’autoefficacia e agisci in modo concreto e più strategico
  • migliori le tue capacità di comunicazione e di negoziazione
  • costruisci relazioni solide e sincere con clienti e partner, dai fiducia e ottieni fiducia (che poi è alla base di un networking che funziona)

E, alla fine, questo approccio ti aiuta ad avere più autostima, a dirti “BravƏ, hai gestito proprio bene la situazione!” A darti quella pacca sulla spalla che ti serviva per portare avanti il tuo business. Potremmo dire che, in definitiva, la comunicazione efficace aiuta anche al di fuori del lavoro?

Alessia: Sì, certamente, la comunicazione efficace è alla base di relazioni soddisfacenti in ogni ambito di vita. Pensiamo a quanti malintesi e sofferenze nascono da un modo disfunzionale di comunicare in famiglia, nelle coppie e nei gruppi sociali. Anche di questo parliamo spesso in psicoterapia, in alcuni casi facendo degli incontri di skill training dove attraverso role playing aiutiamo le persone a costruire capacità comunicative più efficaci.

Fulvia: Lavorare bene su assertività e comunicazione efficace è molto importante anche per un altro aspetto fondamentale della vita di unə freelance: il personal branding, che però, spesso si scontra con la paura di comunicare sui social.

Il problema della comunicazione sui social e la paura di esporsi

Fulvia: I social possono essere una palestra potente per allenare assertività e comunicazione efficace, ma sono anche terreno fertile per ansie, insicurezze e auto-censura. I social possono essere utilizzati come palestra per l’assertività e la comunicazione efficace, secondo te?

Alessia: I social sono uno spazio importante per esprimersi, ma accrescono anche il timore del giudizio, l’autocritica e il senso di vulnerabilità. La visibilità pubblica, le reazioni e il confronto costante possono accentuare l’ansia sociale. Anche una mancata risposta può essere interpretata come rifiuto. Questa pressione spesso blocca. Inoltre, molti freelance esitano a pubblicare per timore di sbagliare o apparire inadatti, in alcuni casi anche ridicoli. La pressione a “esserci sempre” crea ansia e rafforza il confronto. Senza contare che il distacco fisico e l’anonimato possono favorire toni aggressivi o sarcastici da parte di alcuni utenti, che possono avere un impatto importante su chi li riceve. Quindi, sì, i social possono essere l’occasione per allenarsi a rispondere, ma prima serve una preparazione ed eventualmente un supporto psicologico per lavorare sui fattori alla base del disagio del singolo.

Fulvia: Grazie Alessia, per la chiarezza e la completezza. Direi allora di concludere la nostra chiacchierata, dando qualche consiglio pratico per lavorare su assertività e comunicazione efficace.

Tecniche, esercizi ed esempi per migliorare assertività e comunicazione efficace

Comunicazione efficace e assertività si possono allenare. Qui di seguito trovi alcune tecniche che Alessia ed io abbiamo raccolto per aiutarti a migliorarle, come persona e nel business (esattamente in questo ordine). Trovi anche degli esercizi e degli esempi per prepararti a gestire un confronto che temi o una richiesta che ti fa provare rabbia.

Ma ricorda che, se senti di avere bisogno di un aiuto per capire da dove nasce il tuo timore nel gestire i conflitti o, al contrario, la tua tendenza a importi, è consigliabile fare chiarezza con unə professionista della salute mentale come Alessia.

Dove si nasconde (davvero) il problema? Le domande per fare auto-valutazione

Per capire cosa ti impedisce di comunicare efficacemente, prova a chiederti:

  1. Qual è la situazione che voglio cambiare, esattamente?
  2. Qual è il pensiero che innesca quel mio filtro?
  3. Qual è il vantaggio di scardinarlo: cosa ci guadagno?
  4. Cosa sono dispostə a lasciare andare?

Preparati al confronto con il metodo ladder (scala)

Preparati al confronto o alla negoziazione con il metodo ladder (in italiano, scala):

  1. L come LOOK – Guarda ai tuoi bisogni e diritti, diventane consapevole
  2. A come ARRANGE – Organizza un confronto con l’altra persona per discutere a proposito di quella specifica situazione
  3. D come DEFINE – Definisci il problema in modo molto specifico
  4. D come DESCRIBE – Descrivi in modo chiaro i tuoi sentimenti, in prima persona, nella modalità “messaggio Io”
  5. E come EXPRESS – Esprimi ciò che desideri in modo diretto e conciso
  6. R come REINFORCE – Rinforza l’altra persona evidenziando il vantaggio (reciproco) nell’adottare l’opzione che hai proposto

Esercita l’ascolto attivo

Durante una conversazione, ripetere con parole tue ciò che l’altro ha detto ti aiuta ad accertarti di aver capito bene il suo messaggio e a individuare subito le incomprensioni. Per esempio, se durante una call o un incontro, un potenziale cliente ti dice “Penso che il sito che hai realizzato per me manchi di coerenza visiva e il messaggio è poco chiaro.” prova a ripetere con parole tue il suo messaggio: “Se ho capito bene, la tua impressione è che il design non comunichi l’identità del tuo brand e che il testo non sia abbastanza diretto, giusto? Vuoi che rivediamo il layout e i contenuti per renderli più coerenti?”

Preparati a ricevere feedback negativi e a rispondere con assertività

Quando ricevi un feedback negativo da un cliente o da un fornitore, anziché metterti sulla difensiva, cerca di capire cosa non è andato come previsto e cosa migliorare. Per esempio, se ti dicono che una consegna è in ritardo, chiedi scusa, analizza la causa del ritardo e proponi subito una soluzione.

Il feedback, anche se critico, è un’opportunità di crescita. Imparare a riceverlo senza prenderlo sul personale ti aiuta a sviluppare una mentalità di miglioramento continuo.

Preparati a gestire le obiezioni

Se un cliente solleva un’obiezione – ad esempio, sul prezzo -, ascolta il suo punto di vista, riconosci la sua preoccupazione e proponi delle alternative che possano soddisfare entrambe le parti (non solo il cliente). Se non è possibile trovare un punto di incontro, probabilmente quello non è il cliente per te.

Le obiezioni sono segnali di interesse. Gestirle con calma e apertura ti permette di trasformare una potenziale barriera in un’opportunità di dialogo.

Dopo la call: fai autoanalisi

Se hai la possibilità di registrare una call, fallo. Poi riascoltati e osservati per capire se salti dei passaggi, esiti sulle domande o parli troppo velocemente. È un esercizio che ti aiuta a essere consapevole dei tuoi automatismi comunicativi e quindi a correggerli.

Sostituisci il linguaggio negativo con quello positivo

Se un cliente ti dice che non può permettersi il tuo servizio, invece di rispondere “Se non puoi pagare di più, non posso aiutarti” usa una forma più vicina a lui “Capisco che il budget sia limitato. Possiamo trovare insieme un’alternativa che rientri nei tuoi vincoli, mantenendo la qualità?”

Il linguaggio positivo rimodella la percezione interna e appiana le cose. Pensaci. Sentirsi dire “Non posso farlo” e “Vorrei trovare insieme a te una soluzione valida per entrambi” cambia completamente lo scenario.

Tecnica per allenare l’assertività: il punto fermo

L’emozione è qualcosa che si prova, non qualcosa che si è. Per evitare di rimuginare troppo, stai nel presente e impara a gestire in equilibrio emozioni e pensiero, senza enfatizzare le tue sensazioni né giudicare le tue emozioni. Puoi fare così:

Chiediti “Come mi fa sentire questa situazione?”
Te lo dici e PUNTO. Finisce lì.

Chiediti: “Per quando mi serve questa informazione/risposta?”
Ti annoti la scadenza e PUNTO.

Tecnica per allenare l’assertività: auto accettazione

Riconosci il tuo valore, ancora meglio, esercitati nel riconoscere e celebrare i tuoi pregi, capacità e successi. Quindi, accetta di buon grado i complimenti che ti vengono rivolti. Di fronte a un elogio ti senti a disagio? Non minimizzare, non rimuginare: accetta con un “grazie” netto: “Grazie, mi fa piacere. Grazie, lo apprezzo.”

Tecnica per allenare l’assertività: sposta il focus sul “messaggio Io”

Esprimi i tuoi bisogni, i tuoi desideri, le tue aspettative anziché accusare l’altro. “Io sento” piuttosto che “Tu sei” (Thomas Gordon).

Il “messaggio Io” circoscrive la lamentela a un comportamento molto preciso, non dà un giudizio sulla persona e soprattutto esprime l’emozione di chi parla: la conseguenza che il comportamento dell’altro ha su di te.

Prova a dire:
Quando succede questo…
Io mi sento così…
Perché è importante per me…
Quello che vorrei è…

Tecnica per allenare l’assertività: respons-abilità

Responsabilità significa letteralmente l’abilità nel darci delle risposte su chi siamo e su quali sono le nostre intenzioni. Se io sono responsabile, so bene cosa voglio e come voglio fare le cose. Quindi ho le redini della mia vita e so che nel mio lavoro non dipendo dalla valutazione, dal giudizio o dalle scelte degli altri.
L’assertività – e di conseguenza la comunicazione efficace – implica anche avere chiaro quali sono le tue intenzioni, i tuoi comportamenti, i pensieri, i sentimenti e i confini (puoi dire di no!). Non evitare discussioni o conflitti. Non litigare, né fuggire. Entrambi sono tentativi di chiudere in fretta il dialogo.

Ricorda che puoi controllare solo te e il tuo comportamento.

Per esercitarti, non tirarti indietro. In un confronto, sostieni con decisione la tua posizione argomentando e lasciando agli altri il loro spazio.

Tecnica per allenare l’assertività: dare feedback “a panino”

Devi muovere un appunto a un collaboratore, cliente o un fornitore? È importante saper dare un feedback negativo trasformandolo, per chi lo riceve, in una opportunità di miglioramento.

Prepara uno script per punti:

  1. prima una cosa positiva per chi lo riceve (il pane)
  2. poi il tuo parere/consiglio sulla cosa da correggere/migliorare (ciccia)
  3. chiudi con un aspetto positivo che valorizza chi ti parla e mostra il vantaggio delle conseguenze di un cambiamento (di nuovo pane)

Continua a sviluppare l’assertività: prendi esempio o ispirazione

Nella tua cerchia di conoscenze – o pensando a personaggi pubblici che ammiri – ci sono persone che reputi assertive, di cui apprezzi l’approccio o la comunicazione?

  • Pensa e scrivi 4/5 nomi di persone assertive
  • Per ciascuna chiediti perché credi che sia assertiva
  • In cosa è efficace? Scrivi esempi concreti
  • In che modo puoi utilizzare la sua modalità?

Ecco, nel mio caso, questa persona è Gianrico Carofiglio. Mi ha insegnato tantissimo nei suoi interventi e nei suoi libri. Perché gestisce sempre le cose con educazione e con rispetto, ma in maniera chirurgica. Non lascia mai cadere l’argomento, però è sempre educato e puntuale.
E infatti, nella lista di letture per approfondire, che Alessia ed io abbiamo preparato per te, trovi proprio come primo suggerimento, uno dei libri di Carofiglio.

Consigli di lettura: libri per lavorare sulla comunicazione efficace e l’assertività

Se stai cercando qualche libro da leggere per lavorare sulla comunicazione efficace e l’assertività, ecco i miei consigli di lettura e quelli di Alessia:

Consigli di Fulvia

  • Elogio dell’ignoranza e dell’errore, di Gianrico Carofiglio, edito da Einaudi
  • Triggers. Innescare il cambiamento interiore. Diventate la persona che volete essere, di Marshall Goldsmith e Mark Reiter, edito da Franco Angeli
  • Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta, di Bertram Rosenberg Marshall, edito da Esserci
  • Cambia la tua vita con la TCC, di Corinne Sweet, edito da Vallardi
  • The long game, guardare lontano in un mondo a breve termine, di Dorie Clark, edito da Ayros
  • Piccolo manuale per persone vulnerabili, costruirsi una corazza personale e non perdere la serenità, di Barbara Berckhan, edito da Feltrinelli

Consigli di Alessia

Libri per professionisti

  • Manuale di assertività. Teoria e pratica delle abilità relazionali: alla scoperta di sé e degli altri di Roberto Anchisi e Mia Gambotto Dessy, edito da Franco Angeli (2016)
  • Assertività e training assertivo. Teoria e pratica per migliorare le capacità relazionali dei pazienti di Francesca Baggio, edito da Franco Angeli (2016)
  • Training di comunicazione assertiva. Conoscere, valutare e potenziare comunicazione e relazioni interpersonali di Ezio e Francesco Sanavio, edito da. Erickson (2023)

Libri per tutti e tutte

  • Mi vado bene? Autostima e assertività di Michele Giannantonio, edito da Erickson (2009)
  • Puoi anche dire no! L’assertività al femminile di Beatrice Bauer, Gabriella Bagnato, Mariarosa Ventura, edito da Baldini e Castoldi, 2002
  • L’autostima. Alta o bassa, stabile o fluttuante, autentica o illusoria di Maria Miceli, edito da Il Mulino (2016)

Viviamo immersi nella comunicazione. Parliamo, scriviamo, rispondiamo a email, affrontiamo riunioni, conversazioni difficili, presentazioni, ma quante volte ci chiediamo davvero: sto comunicando come vorrei? Sto generando l’impatto che intendo?

La maggior parte delle persone non ha una risposta chiara. E questo può diventare un problema, perché senza consapevolezza, comunichiamo in automatico. E l’automatismo, nel mondo del lavoro, si paga: in incomprensioni, tensioni non dette, trattative che saltano o clienti che si allontanano senza spiegazioni.

In questo articolo ti porto a riflettere su come comunicare in modo più consapevole e strategico. Perché, se sai farlo, puoi gestire in modo positivo e semplice collaboratori, clienti, interlocutori complessi e… anche te stessə.

Molto parte da qui: da una buona comunicazione. E se non metti a segno questo primo colpo, tutto il resto – l’incontro, la relazione, l’accordo, la vendita – potrebbero anche non verificarsi mai.

Perché la consapevolezza comunicativa fa la differenza

Essere consapevoli della propria comunicazione non significa parlare bene. Significa sapere cosa stai trasmettendo, in ogni momento, con la tua voce, con il corpo, con le parole che scegli e con quelle che eviti. Significa sapere riconoscere il proprio valore. 

Spesso non è tanto cosa dici a generare reazioni, ma come lo dici.

  • Il tuo tono esprime sicurezza o ambiguità?
  • Il tuo corpo dice apertura o tensione?
  • Il tuo messaggio è chiaro, o chi ascolta deve decifrare?

La consapevolezza inizia proprio da qui: osservare il tuo stile comunicativo e notare l’effetto che ha sugli altri.

I pilastri dell’ascolto attivo e dell’empatia

Se vuoi davvero migliorare la tua comunicazione, devi smettere di pensare solo a cosa dire. Inizia ad ascoltare.

L’ascolto attivo non è solo sentire: è prestare attenzione con intenzione, mettendo da parte il bisogno di rispondere subito e creando spazio per comprendere l’altro.

Ecco tre strumenti concreti da allenare:

  • Domande aperte: stimolano riflessione e chiarimenti (“Come ti sei sentito in quella situazione?”).

  • Parafrasi: dimostrano che stai ascoltando davvero (“Se ho capito bene, mi stai dicendo che…”).

  • Feedback empatici: riconoscono l’emozione dell’altro (“Capisco quanto possa essere frustrante.”).

Questi strumenti trasformano i dialoghi: disinnescano tensioni, generano fiducia, creano alleanze.

Assertività: dire ciò che pensi senza prevaricare

Molti professionisti faticano a trovare il giusto equilibrio tra il dire troppo o non dire affatto. O diventano aggressivi o si fanno mettere da parte. In entrambi i casi, perdono autorevolezza.

Allenare l’assertività significa imparare a:

  • esprimere bisogni, idee, opinioni con chiarezza e rispetto
  • porre limiti senza rigidità né scuse
  • gestire i “NO” con fermezza ma anche con eleganza

L’assertività non è un talento: è una abilità che si sviluppa. E fa una differenza enorme, soprattutto nella gestione dei collaboratori, nelle trattative e nei momenti critici con i clienti.

Strumenti strategici per comunicazioni complesse

Ci sono situazioni in cui comunicare bene non basta. Serve una strategia. Una preparazione. Una capacità di gestire la pressione. Due strumenti che ti consiglio:

La tecnica delle “Tre A”

Attend – Assess – Address
Fermati, osserva, analizza la situazione (e le emozioni). Poi agisci in modo lucido, scegliendo parole consapevoli.

Evita reazioni impulsive, costruisci risposte intenzionali.

La Comunicazione Nonviolenta (CNV)

Ideata da Marshall Rosenberg, ti guida a esprimerti così:
1. Osservo i fatti, senza giudizio.
2. Esprimo ciò che sento.
3. Dichiaro un bisogno autentico.
4. Faccio una richiesta chiara, concreta.

Esempio:

“Quando non rispondi alle mail entro la scadenza (osservazione), mi sento frustrato (sentimento), perché ho bisogno di chiarezza per organizzare il lavoro (bisogno). Possiamo accordarci per rispondere entro 24 ore? (richiesta)”

Questo approccio è potente, perché disinnesca il conflitto e crea una comunicazione più relazionale e meno reattiva.

Comunicare con impatto: corpo, voce e presenza

La tua comunicazione inizia prima che tu apra bocca.

Il modo in cui entri in una stanza, come ti siedi, dove guardi, quanto sorridi: tutto comunica qualcosa.

In particolare:

  • La voce: tono, ritmo e volume generano attenzione o distrazione.

  • La postura: eretta ma rilassata trasmette sicurezza.

  • Lo sguardo: diretto ma non invadente crea connessione.

Allenare questi aspetti significa costruire presenza, quella qualità invisibile che fa dire a chi ti ascolta: “Questa persona sa cosa sta facendo.”

Storytelling e narrazione: la tua voce come leva di cambiamento

Ogni professionista ha un patrimonio invisibile: le sue esperienze. Quando impari a trasformarle in storie autentiche, coinvolgenti, che parlano di errori superati, intuizioni nate da momenti complessi, decisioni difficili, crei connessione.

Lo storytelling non è solo per chi fa marketing o public speaking. È utile in riunione, nei colloqui, nel dialogo con un collaboratore.

Perché le storie parlano alle emozioni e, quando tocchi le emozioni, la comunicazione diventa memorabile e trasformativa.

Dal sapere al fare: esercizi pratici e coaching individuale

Auto-osservazione

Prenditi una settimana per registrare alcune conversazioni (se ci sono altre persone, con il consenso ovviamente). Poi riascoltati e chiediti:

  • Che tono ho usato?

  • Ho parlato troppo? Troppo poco?

  • Il mio messaggio era chiaro?

Role-play

Simula situazioni critiche (una richiesta al capo, un rimprovero a un collaboratore, un feedback a un cliente). Fallo prima con un coach, poi nella realtà. Il miglioramento arriva con l’allenamento.

Micro-abitudini quotidiane

  • Prima di ogni call, respira e chiediti: “Qual è l’obiettivo comunicativo?”

  • Dopo ogni conversazione importante, annota: cosa ha funzionato? Cosa posso migliorare?

Queste semplici pratiche portano consapevolezza, giorno dopo giorno.

Trasforma la tua comunicazione, trasforma i tuoi risultati

Saper comunicare con chiarezza, presenza e assertività non è solo un vantaggio competitivo. È una leva di trasformazione personale e professionale.

Quando impari a esprimerti con consapevolezza, inizi a ottenere risultati diversi:

  • negozi con più sicurezza

  • guidi il tuo team con autorevolezza

  • gestisci i clienti con lucidità

  • migliori anche la relazione con te stesso.

Se vuoi allenare questa capacità in modo personalizzato e concreto, c’è il mio percorso di coaching individuale. Lavoreremo insieme per rendere la tua comunicazione un vero strumento di leadership gentile: allineato a chi sei e agli obiettivi che hai.

📩 Scrivimi a info@fulviasilvestri.it