Cos’è la sindrome dell’impostore e perché sta sabotando il tuo business freelance
In una newsletter di qualche anno fa toccavo il tema della sindrome dell’impostore da un punto di vista particolare. Raccontavo di come Anna Codrea-Rado, autrice e podcaster, si fosse accorta di mettere in relazione la percezione corporea di sé – cioè, quello che vedeva quando si guardava allo specchio – con la valutazione dei suoi risultati sul lavoro.
“All’inizio di quest’anno ho pubblicato il mio primo libro e tutte le volte che qualcuno mi fa notare che devo esserne orgogliosa, dentro di me cresce una bolla di vergogna perché, beh, semplicemente non lo sono. Nel tentativo di liberarmi da quella sensazione, faccio di più. Lavoro di più. Mi sforzo di essere più produttiva. Quando scrivo tutto quello che ho fatto dall’inizio della pandemia – ho lanciato e pubblicato un libro, lanciato un premio mediatico, condotto due podcast – mi sento sopraffatta. L’unica cosa ancora più opprimente è che mi sento come se non avessi fatto nulla.” Anna Codrea-Rado
Vale per tuttə noi: allo specchio e nel business, siamo portatə a vedere qualcosa di falsato.
Hai un corpo normale, ma lo vedi grasso.
Sul lavoro raggiungi buoni e magari ottimi risultati, ma per te non è ancora abbastanza.
È come se avessi una lente che storpia le cose, come quegli specchi che distorcono tutto. Il nostro occhio deforma quello che vede e lo giudica con eccessiva severità: sottolinea difetti e mancanze, mentre ignora pregi e successi. Anna Codrea-Rado lo chiama dismorfia della produttività, io lo vedo più come la sindrome dell’impostore. È un trappola (un bias), un pregiudizio, una deviazione dal ragionamento logico, che si manifesta quando non riusciamo a vedere il nostro vero valore.
Intendiamoci, non sono una psicologa e in questo articolo non tratterò l’argomento in termini di salute mentale, ti racconterò invece ciò che vedo spesso nei miei percorsi di business coaching: gli effetti dannosi della sindrome dell’impostore sull’attività di professionistə e freelance molto capaci.
Persone che non sono consapevoli della forza relativa alle abilità che hanno maturato attraverso le loro esperienze e che cadono nella convinzione di non essere (mai) sufficientemente preparate per accettare un incarico o per farsi pagare meglio per un loro prodotto o servizio.
Ti risuona?
Be’, parlerò di questo e anche di come sia possibile uscirne.
Ma prima vediamo cos’è la sindrome dell’impostore.
Cos’è la sindrome dell’impostore?
Qualche tempo fa, ho intervistato qui sul mio blog la psicoterapeuta Alessia Minniti a proposito di comunicazione efficace, assertività e anassertività: tutti temi strettamente legati proprio alla sindrome dell’impostore.
Alessia spiegava che, sebbene il nome possa trarre in inganno, in realtà la sindrome dell’impostore non è una patologia clinica, bensì una specifica condizione psicologica.
Chi ne soffre vive con la costante sensazione di essere un “bluff” e di non meritarsi il successo ottenuto. È un’esperienza interiore segnata dal dubbio cronico sulle proprie capacità, dove i traguardi raggiunti vengono percepiti come il frutto di un inganno, pur in presenza di prove oggettive del proprio valore.
Per l’impostore che abita queste persone è impossibile colmare il divario tra la percezione e i riconoscimenti effettivi, quindi è come se vivessero con l’obiettivo di mantenere elevate le loro prestazioni al solo scopo di evitare di essere smascheratə (e dimostrare tutta la loro inadeguatezza!), ma non con l’interesse di conseguire risultati.
“I sintomi” della sindrome dell’impostore
Più che di sintomi, dato che non si tratta di una patologia, possiamo parlare di tratti distintivi e il principale di questi è la tendenza a esternalizzare il successo. Invece di riconoscere le proprie competenze, la persona attribuisce i risultati positivi a fattori casuali come la fortuna, il tempismo favorevole o la benevolenza altrui. Questo crea un paradosso emotivo fatto di:
- senso di colpa per i traguardi raggiunti
- incapacità di interiorizzare i propri meriti
- timore costante del giudizio e della valutazione degli altri
- percezione di inadeguatezza professionale o accademica
- paura di essere smascheratə come incompetentə
- autosvalutazione e confronto continuo con gli altri
- perfezionismo eccessivo e procrastinazione
Chi è più colpitə dalla sindrome dell’impostore?
Della sindrome dell’impostore parlano alla fine degli anni ‘70 le psicologhe Pauline Rose Clance e Suzanne Imes, definendola come l’incapacità di interiorizzare l’essere meritevole del successo personale e dei risultati positivi raggiunti. Inizialmente osservarono il fenomeno in un campione di donne in carriera che non si sentivano all’altezza dei loro ruoli prestigiosi.
Sebbene i primi studi si focalizzassero sulla popolazione femminile, oggi sappiamo che questa condizione è trasversale. Colpisce indistintamente persone di ogni genere, ma si manifesta con particolare frequenza tra quelle molto competenti nel loro lavoro e che ricoprono posizioni di grande responsabilità.
Tra queste – e nel mio piccolo posso confermarlo grazie all’esperienza quotidiana di business coach – ci sono anche moltə creativə e professionistə con una brillante carriera.
Qual è l’opposto della sindrome dell’impostore? L’Effetto Dunning-Kruger
È affascinante notare come la sindrome dell’impostore si collochi all’estremo opposto di un altro fenomeno psicologico: l’effetto Dunning-Kruger. In questo secondo caso, individui con scarse competenze tendono a sopravvalutare enormemente le loro abilità, perché non hanno acquisito le strategie metacognitive che aiutano a riconoscere i propri limiti.
L’aspetto ironico e amaro è che questi due fenomeni sembrano alimentarsi a vicenda: chi soffre della sindrome dell’impostore possiede spesso un’alta consapevolezza che, paradossalmente, gli o le impedisce di cadere nell’eccessiva sicurezza tipica di chi subisce l’effetto Dunning-Kruger, finendo però per sottostimarsi drasticamente.
“È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s’illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza.” Socrate
Quali sono le cause della sindrome dell’impostore?
Nell’intervista, la psicoterapeuta Alessia Minniti ricordava che le origini di questo disagio sono profonde e possono derivare da:
- Ambiente familiare
Crescere in un contesto dominato da standard elevati, critiche frequenti, eccessivo controllo e scarso supporto emotivo può gettare le basi per una futura insicurezza - Fattori individuali
Una bassa autostima, unita al perfezionismo e alla tendenza a esperimentare soprattutto emozioni spiacevoli, rende la persona più vulnerabile - Ambiente sociale
Viviamo in una società iper-performativa che esalta il successo e incoraggia il confronto costante
L’uso dei social media amplifica questa dinamica, mentre stereotipi e pregiudizi continuano a esercitare una pressione invisibile e potente su tuttə noi.
A questo proposito potrebbe interessarti leggere anche i miei consigli su come superare la paura di esporsi sui social.

Perché la sindrome dell’impostore colpisce moltə professionistə e freelancə?
La sindrome dell’impostore è frequente tra freelance e liberə professionistə per diversi motivi: caratteristiche personali, storia familiare, pressioni sociali. A questi, secondo me, si aggiungono due fattori a cui spesso non si pensa: i freelance sono persone naturalmente portate a riconoscersi nella loro attività, che lavorano in solitudine.
Freelance e business sono un tutt’uno
Se sei freelance lo sai: un’azienda è una cosa, una ditta individuale è un’altra. A differenza di un imprenditore, non puoi contare su altre persone. Devi fare tutto in autonomia: il tuo lavoro vero e il resto (l’amministrazione, la gestione del cliente, la promozione…) a meno che tu non decida di delegare qualcosa. Ma anche delegando, il peso mentale di controllare e monitorare i risultati resta in capo a te. La tua attività è un’estensione di chi sei, dei tuoi valori, della tua postura nel mondo e nel mercato. La verità è che per i solopreneur – che ne siano consapevoli o meno – persona e il business sono un tutt’uno, sia nei punti di forza che nelle bucce di banana:
- i punti di forza sono i talenti, le capacità, l’unicità che ciascuno di noi ha (quelli che io chiamo superpoteri)
- le bucce di banana sono le convinzioni limitanti, quei pregiudizi invisibili che ci impediscono di cogliere le occasioni e ci intrappolano in schemi mentali rigidi e auto sabotanti
A questo si aggiunge la condizione stessa del lavoro freelance, che implica una certa dose di isolamento.
Solitudine del freelance e pensieri intrusivi
Nella maggior parte dei casi, chi è freelance lavora da solə ed è immersə in un dialogo costante con sé stessə che, trasformandosi in rimuginio di fondo, alimenta l’auto sabotaggio. Nuovi servizi, sito web, social: ogni iniziativa viene minuziosamente analizzata, soppesata, paragonata a quella dei concorrenti, in un processo interiore che si conclude, in molti casi, con la paralisi.
“Piuttosto che fare, è meglio non fare. Di certo non sbaglio…” si pensa.
Capita anche a te?
Rimugini troppo anche tu?
Prova a mettere a fuoco i tuoi pensieri:
- Cosa ti racconti quando familiari e amici sono in ufficio o a scuola e tu sei solə col tuo lavoro?
- Come ti percepisci?
- Che parole usi per parlare di te e del tuo lavoro?
Se l’unica voce che resta è il tuo critico interiore, la solitudine diventa la cassa di risonanza della narrazione che fai di te: se è positiva, alimenterà i pensieri positivi, se è negativa, quelli negativi. Un cortocircuito di inadeguatezza che danneggia la tua autostima e anche il tuo business.
Come la sindrome dell’impostore sta ostacolando il tuo business
La sindrome dell’impostore, in genere, comporta un forte perfezionismo, paura del fallimento e del giudizio degli altri e innesca quello che chiamo la paragonite. È un mio modo informale di descrivere un comportamento, molto comune nell’era social, di continuo raffronto con gli altri, con alcune sfumature tossiche.
La paragonite infatti ci induce a imitare i modelli che reputiamo vincenti, ad esempio quelli che ottengono consensi in termini di seguito, piuttosto che concedere fiducia alle nostre opinioni e investire nelle nostre idee.
Se a questo aggiungiamo il fatto che, per unə liberə professionista o unə freelance, il lavoro è sia ciò che fa, sia cioè che è, l’effetto può essere realmente destabilizzante:
- quando comunica – se comunica – lo fa copiando ciò che fanno gli altri
- segue il trend, non la sua esperienza, perché non ha abbastanza fiducia nel suo intuito
- si svaluta, si mette sempre in discussione, procrastina
Ti riconosci?
Hai mai pensato che forse è proprio per questo che non riesci a ottenere migliori risultati nel business?
Come in una profezia che si autoavvera, se senti di non meritare il successo, di certo faticherai a:
- Chiedere il giusto prezzo per i tuoi servizi
Ti piegherai alla tariffa meh! Quella che magari applica chi ha meno esperienza e competenza e che non ti fa battere il cuore, ma ti tiene al sicuro. Perché, in fondo, pensi che tu non meriti di chiedere di più, giusto? - Far valere il tuo punto di vista con assertività
Ti ritroverai a ingoiare rospi, a non saper rispondere alle minacce e alle pretese di un cliente difficile, sopportando situazioni inaccettabili, pur di lavorare. E piano piano, ti ritroverai a perdere il senso di ciò che fai e la motivazione per portare avanti il tuo business. - Promuoverti online e offline
Perché la paura del giudizio degli altri – e di sembrare spacconə – ti paralizzerà sempre. Intanto professionistə meno espertə e capaci di te si faranno conoscere e forse prenderanno proprio i clienti con cui vorresti collaborare tu.
Sono scenari reali. Li ho visti accadere troppe volte.
Uno spreco di talento, di possibilità e di potenziale fatturato in più!
Perché riconoscere il tuo valore – anche economico -, relazionarti con efficacia e farti conoscere grazie al personal branding sono requisiti indispensabili per avere un’attività profittevole.
Strategie per superare la sindrome dell’impostore nel business
Parto facendo una premessa: se ti senti bloccatə in un rimuginio di pensieri che ti paralizzano, prima di pensare alla tua attività professionale o di freelance, dovresti capire cosa li innesca. Parlare con unə psicologə può aiutarti a decostruire schemi di pensiero radicati e a guardare le cose con occhi diversi.
Una volta sciolti questi nodi, allora sì, puoi fare molto per cambiare il tuo approccio al lavoro e nel lavoro, anche grazie al business coaching.
Riconoscere e celebrare i successi
Nel coaching si toccano tutti gli aspetti pratici legati all’attività in proprio:
- chi sei e cosa fai
- qual è il modello di business più adatto a te
- come fatturare di più
- come alzare i prezzi senza aver paura di perdere clienti, lavorando anche sul personal branding.
E, prima ancora, si entra nell’impalpabile:
- qual è la tua idea di successo
- quali sono i tuoi valori
- cosa ti muove
- cosa racconti a te stessə in camera caritatis
- come riconoscere e celebrare i tuoi risultati
Nei miei percorsi di coaching, per esempio, lavoro su come:
- migliorare il dialogo interiore, per imparare a distinguere i fatti (i risultati) dai pensieri disfunzionali (la paura di essere smascheratə)
- imparare a riconoscere i successi e tenerne traccia, per evitare di dimenticarli un secondo dopo averli raggiunti (per esempio, iniziando a tenere un diario delle vittorie, dove scrivere traguardi, recensioni positive, problemi risolti)
- dare il giusto peso agli errori che inevitabilmente possono capitare nel business
E quest’ultimo è davvero un punto importante.
Normalizzare gli errori
Diciamocelo, nella nostra cultura, l’errore è visto come un fallimento. Ma nel mondo delle startup è una specie di totem. Si parla addirittura di cultura dell’errore, che è perseguito come un vero e proprio metodo.
In una delle mie newsletter di qualche anno fa, condividevo un pensiero importante di Max Beerbohm, scrittore e caricaturista inglese (che a un certo punto della sua vita, ho scoperto, si è trasferito in Italia): «Il fallimento è molto più interessante del successo».
A proposito, se mi leggi per la prima volta, forse non sai che è proprio nella mia newsletter che condivido le riflessioni più profonde e intime (quelle che trovi riportate in questo articolo, ne sono un esempio), se ti va di leggerle, qui trovi il link per iscriverti 😉
Le innovazioni avvengono per trials and errors. Lo sanno gli startupper e gli scienziati, per cui il fallimento vale tanto quanto la riuscita: tutto concorre all’esperimento. Lo sa chi ha fatto pace con quella grossa quota di esperienza che sono gli sbagli: la vita, infatti, è un continuo laboratorio di successi e insuccessi. Come dice Yotobi nel suo TEDx a Barletta, Fallire è la cosa più bella che possa capitarci (se solo riuscissimo a normalizzarlo e accettarlo).
“La sindrome del fallito e la sindrome dell’impostore sono in mezzo al sandwich del cervello chiamato pipponi mentali” Karim Musa aka Yotobi, uno degli youtuber italiani più genuini di sempre
Forse è il momento di iniziare ad amare i tuoi sbagli e a coltivarli come qualcosa di prezioso. Per fare spazio a quest’area più libera e creativa della tua vita, ti lascio cinque consigli:
- Non confondere i fallimenti con il tuo valore personale. Sono due entità diverse: un conto è chi sei, un altro ciò che realizzi nella vita. Tu vali a prescindere dai tuoi risultati, errori o successi che siano.
- Considera gli errori necessari all’apprendimento e al tuo miglioramento personale. Se vinci subito, senza aver mai sbagliato, quello non è successo, è cu-o. Può aiutare, ma non insegna niente.
- Non permettere alla paura di sbagliare di paralizzarti e di castrare la tua iniziativa. Quello sì, sarebbe un vero errore. Le persone di successo lo sono perché accettano il rischio di fallire e sono semplicemente più allenate nel processo.
- Solleva lo sguardo, rendilo più panoramico. Più vedi un errore dall’alto e lo inserisci in un contesto più ampio, più ti sembrerà un elemento naturale, fisiologico della tua storia, quasi un ingranaggio che ti porta altrove (in tanti casi è un bene).
- Ricordati l’etimo o chiama i tuoi sbagli in un altro modo. Errore viene da errare, cioè, vagare, girare, esplorare. Se ti impedisci di sbagliare, ti vieti anche di viaggiare e scoprire: un peccato, vero? Oppure puoi chiamarli feedback. Sono i feedback che la vita ti dà: sta a te coglierli, quando riprendi il passo.
Io penso che sbagliare sia importante quanto essere felici, anzi sia importante per essere felici.
Evitare i confronti tossici e circondarsi delle persone giuste
Un altro aspetto importante su cui lavorare per contenere gli effetti della sindrome dell’impostore nel business è sempre lei: la paragonite, la tendenza a paragonarti continuamente con modelli che reputi vincenti ma che, se li guardi bene da vicino, in realtà, sono molto lontani da te, magari perché quelle persone fanno altro o hanno iniziato prima. Infatti, un conto è sapere chi sono i tuoi concorrenti – è necessario nel business – un altro è non perderne neanche una mossa e imitarli. Perché così ti impedisci di concentrarti sulla tua evoluzione.
Delle due, è molto meglio costruire un networking efficace. Circondati di persone che stimi e che condividono i tuoi valori. Sono quelle con cui puoi costruire partnership e capire finalmente cosa puoi portare in un progetto, proprio grazie alla tua competenza ed esperienza.
Questa è un’altra cosa in cui credo molto: l’importanza della condivisione. Perché quello che pensi e che fai, perfino quello che sei, ha senso solo se ti confronti con gli altri.
Happiness is only real when shared. (La felicità è reale solo se condivisa). Da Into the wild – Nelle terre selvagge
Non vale solo per i sentimenti, ma anche per le competenze, le idee e persino i contatti: se non li condividiamo, il loro frutto sarà molto limitato. Se invece li mettiamo in circolo, ci torneranno moltiplicati. Oggi questo è uno dei capisaldi del mio stile di vita e di lavoro.
Insomma, la tua consapevolezza dipende anche dagli altri.
E se ti dicono spesso che sei in gamba, credici. 🙂
H2. Ti aiuto a superare la sindrome dell’impostore nel business
La difesa più potente contro la sindrome dell’impostore nel business è la chiarezza. Ed è il motivo per cui, nei miei percorsi di business coaching, parto sempre da qui. Insieme mettiamo a fuoco la tua missione, la tua visione e i tuoi valori, scriviamo nero su bianco i tuoi talenti e i tuoi obiettivi. Tracciamo la direzione da seguire per vivere più felicemente il tuo business e mettiamo a tacere quella vocina che non ti fa mai sentire abbastanza 😊
Se vuoi approfondire o desideri sapere come possiamo lavorare insieme scrivimi a info@fulviasilvestri.it




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